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Il caso Mohammed Al-Dura era una montatura

 
 
Vi ricordate queste immagini? Il ragazzino ucciso tra le braccia del padre durante un violento scontro a fuoco tra israeliani e palestinesi all'inizio della seconda Intifada? Quelle immagini fecero il giro del mondo provocando viva indignazione.
 
Ad essere subito accusati per la morte del bambino furono i soldati israeliani: tuttavia dopo ben 8 anni sembra che la verità sia finalmente venuta a galla: in realtà non sono stati i soldati dell'IDF bensì i palestinesi stessi, durante lo scontro a fuoco. Ecco una rassegna di articoli a riguardo: i primi, più vecchi, risalgono a quando ancora la verità non era così sicura e l'ultimo che invece parla della sentenza definitiva.
 
 
 
 
M.O., mito bimbo-martire era falso

Dopo 7 anni: filmato costruito ad hoc
 
 
Sette anni dopo la diffusione delle immagini della sua fucilazione col padre sotto una pioggia di proiettili, il mito del bambino palestinese martire crolla. E si scopre che il filmato, mandato in onda su France 2, di Mohammed Al-Dura, fu costruito ad hoc per incolpare gli israeliani. La verità emerge da un tribunale francese per il quale l'operazione servì a giustificare l'inizio della 2° Intifada. Il bimbo pare ancora vivo.

Come rivela sul Giornale, la corrispondente Fiamma Nierestein, che all'epoca si occupò della vicenda, i 59 secondi dell'episodio, mandati in onda dalla tv pubblica francese France 2, furono un'operazione di taglia e cuci studiata a tavolino sotto un'abile regia politica.

Ma poiché le bugie hanno le gambe corte, sette anni dopo, in nome della correttezza dell'informazione, un tribunale francese ritorna sul caso e intima all'emittente di consegnare tutto il materiale, il filmato completo. E, dopo questa mossa, Dani Seaman, il direttore del Press Office israeliano, colui che accredita i giornalisti in Terra Santa, esce allo scoperto e dichiara che il video fu un falso.

Così ora France 2, che finora si era sempre rifiutata di farlo, dovrà consegnare alle autorità tutto il filmato (27 minuti complessivi), girato dal cameraman arabo Abu Rahman.

Nel video si assisteva allo scontro a Netzarim, dove da una parte alcune migliaia di palestinesi assaltarono un posto di guardia israeliano e, dall'altra, la risposta dei soldati dello stato ebraico. Nelle immagini si vedevano addossati ad un muro padre e figlio investiti da una vera e propria fucilazione. Il bimbo, che sembrava fosse stato ucciso, divenne proprio grazie al quel filmato, il simbolo del martire innocente.

Il suo nome venne invocato in varie altre circostanze: quando fu assassinato il giornalista Daniel Pearl, in un video in cui Bin Laden reclutava combattenti e nel video-testamento della terrorista suicida Wafa al-Samir.

Ma ora si scopre che gli israeliani non potevano aver colpito il bambino perché erano in posizione laterale, mentre i colpi sono stati sparati frontalmente (quindi forse dagli stessi palestinesi). E poi, in tutto il filmato, non si vede una goccia di sangue.

Ora, dopo sette anni di indagine, la verità sta finalmente venendo a galla.


Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo382067.shtml
 
 
 
 
Crolla il mito del bimbo martire dell'Intifada

 
di FIAMMA NIRENSTEIN
 
Quando il 30 di settembre verso sera giunsero le immagini dal posto di difesa dell’insediamento di Netzarim nella Striscia di Gaza, chiamai il giornale: «France2 ha mandato in onda 59 secondi di immagini in cui si vede un bambino palestinese, che si chiama Mohammed Al-Dura, morire tra le braccia di suo padre. Sono immagini terribili. Come è stato ucciso? In uno scontro a fuoco fra palestinesi e israeliani». E così è scritto nel mio pezzo che apparve sul giornale del giorno dopo. Non era difficile capire allora, nonostante le affrettate, affannate scuse dell’esercito israeliano, che non era affatto evidente a un giornalista che Mohammed Al-Dura fosse stato ucciso, in quei primissimi giorni dell’Intifada, mentre tramontava nel mare del terrorismo suicida il sogno degli accordi di Oslo. Bastava guardare con gli occhi, e non con il caleidoscopio dell’ideologia, per capire che le cose erano quanto meno incerte. Ma soltanto oggi, sette anni dopo, ora che Dani Seaman il direttore del “press office” israeliano a cui tutti i giornalisti si rivolgono per l’accredito, sostiene che quei 59 secondi sono stati fabbricati ad arte. Questa dichiarazione messa per iscritto, segue la decisione di un tribunale francese che ordina a France2, in seguito al ricorso di Philippe Karsenty, presidente di Media Ratings, un gruppo che controlla l’accuratezza dell’informazione, di mostrare tutto il materiale, 27 minuti, girato dal cameraman arabo Abu Rahman il primo di ottobre. Charles Enderlin, il titolare di France2, si era sempre rifiutato di consegnare la pellicola, e in prima istanza il tribunale gli aveva dato ragione. Adesso, la storia aspetta all’angolo. Per quel video, infatti, non si tratta più di cronaca, ma di storia.

Lo scontro di Netzarim vedeva da una parte alcune migliaia di palestinesi che presero d’assalto il posto di guardia israeliano, e la risposta israeliana. Nel video si vede, addossato a un muro che presto sarà crivellato di pallottole, Jamal Al-Dura assieme a suo figlio Mohammed. Jamal cerca inutilmente di coprire il ragazzino col suo corpo. I 59 secondi della tv francese assieme al sonoro di Enderlin indicavano una sorta di autentica fucilazione, protrattasi per lungo tempo, di un bambino innocente. Al-Dura diventò immediatamente il simbolo della seconda Intifada, la ragione vera per cui, poiché indicava e incarnava la crudeltà israeliana, ogni piano di pace era stato rotto. Al-Dura divenne l’icona, il martire per eccellenza, la ragione per cui non si poteva fare nessuna pace con Israele, la piccola figura agonizzante sulle ginocchia del padre divenne manifesto, francobollo, urlo di guerra nelle manifestazioni.

Due settimane dopo, due soldati israeliani entrarono per sbaglio a Ramallah, la folla li catturò, li fece a pezzi dopo averli trascinati in una stazione di polizia, i corpi vennero smembrati e trascinati con urla di vendetta e inni ad Al-Dura. Quando il giornalista Daniel Pearl fu assassinato, i rapitori invocarono il nome di Al-Dura. Anche Bin Laden ha invocato il suo nome in un video di reclutamento. La terrorista suicida Wafa Al-Samir nel giugno del 2005 si diresse all’ospedale infantile israeliano di Beersheva per farsi esplodere dopo aver detto di volere uccidere quanti più bambini possibile per vendicare Al-Dura. In Giordania, Egitto, Tunisia, sono stati stampati francobolli con la sua immagine. L’Autorità Palestinese ha spesso usato il nome di Al-Dura indicandolo come un esempio di martire ai bambini.

Adesso, ciò che sostanzialmente risulta chiaro, se non tutta la dinamica della vicenda, è che l’angolo da cui sono state sparate le pallottole è completamente diverso da quello in cui si trovavano i soldati, che erano in posizione laterale mentre i fori sono frontali; che i frammenti di cui è costruita la pellicola sono sette e che l’ultimo segmento mostra due dita che indicano un «take two», una seconda ripresa della morte del bambino, a cui molti non credono più. Sono diversi infatti a ritenere non solo che Al-Dura non sia stato ucciso dagli israeliani, ma che non sia affatto morto. Anche i vari cambiamenti di posizione della supposta vittima sono ormai causa di attenzione particolare. Un altro elemento sottolineato dagli osservatori, è che non si vede in tutto il film una sola goccia di sangue, anche se il padre ha parlato di numerose ferite subite anche da lui stesso. Shlomi Pereg, uno dei soldati che era sul posto, semplicemente sorride all’idea che uno dei suoi compagni abbia potuto sparare volontariamente su un bambino prendendolo di mira per tanti minuti: «Ci venivano addosso a centinaia con pietre e bottiglie molotov. Da dietro, qualcuno sparava. Se qualcuno fosse così pazzo da volere uccidere un ragazzino, ce n’erano a bizzeffe davanti a noi, cercavamo appunto di respingerli senza colpirli. Io personalmente non ho visto il padre e il figlio nascosti dietro il muro, certo erano in una posizione molto più esposta al loro fuoco che al nostro». Forse solo la pellicola che Enderlin dovrà mostrare dirà la verità. Sapremo innanzitutto se Mohammed è morto o se, come dice Nahum Shahaf (uno scrittore che ha ricostruito il caso, così come tanti altri giornalisti, storici, politici), lavora al mercato di Gaza, o semplicemente chi l’ha ucciso in quello scontro a fuoco.

Quello che sappiamo di certo e che distrugge l’onore stesso del giornalismo, è la consueta corsa alla condanna di Israele che abbiamo già visto. Come a Jenin, quando molti si affrettarono a scrivere che Israele aveva ucciso migliaia di persone, mentre si trattava di circa cinquanta palestinesi contro trenta soldati israeliani, uccisi in coraggiosi corpo a corpo casa per casa, oppure in Libano a Kfar Khan-a, dove i blogger hanno scoperto che la messa in scena di una strage mai compiuta era stata immediatamente presa per buona. Basta che il colpevole sia Israele.
 
 
 
 
 
Reveal the truth of al-Dura affair
 
 
By NATAN SHARANSKY*
 
Last month, a French court heard an appeals case whose forthcoming verdict will have far-reaching ramifications for all who value truth and accuracy in Middle East news reporting. The case involves Philippe Karsenty, a French journalist and media commentator, who was found guilty of defamation after he called for the firing of two France 2 Television journalists responsible for the September 30, 2000, news report on the alleged killing of a 12-year-old Palestinian boy, Muhammad al-Dura, by the IDF.

It has been seven years since France 2 Television broadcast the excruciating footage of Muhammad and his father, Jamal, crouching in terror behind a barrel at Gaza's Netzarim junction while, according to the report, under relentless fire from IDF soldiers. The 59-second clip, which ends with the boy apparently shot dead, was presented around the world as an unambiguous case of Israeli savagery.

The tape fanned the flames of what became known as the second intifada. The boy Muhammad was the iconic martyr, his name and face gracing streets, parks and postage stamps across the Arab world. His memory was invoked by Osama bin Laden in a jihadist screed against America, and in the ghastly video of the beheading of American Jewish journalist Daniel Pearl.

Shortly following the al-Dura incident, however, a series of inquiries cast grave doubt on the accuracy of the original France 2 report. The official IDF investigation concluded that, based on the position of IDF forces vis-à-vis al-Duras, it was highly improbable, if not impossible, that an Israeli bullet hit the boy. Research by The Atlantic Monthly, The New Republic and Commentary magazine concurred. Then a German documentary revealed inconsistencies and probable manipulations in the account of France 2's lone journalist on the scene that day, Palestinian cameraman Talal Abu Rahmeh.

And yet France 2 refused to release Abu Rahmeh's full 27 minutes of raw footage. It did, however, agree to let three prominent French journalists view the footage. All three concluded that it comprised blatantly staged scenes of Palestinians being shot by Israeli forces, and that France 2's Jerusalem Bureau Chief Charles Enderlin had lied to conceal that fact.

Subsequently, alleging gross malfeasance, Karsenty called for the firings of Enderlin and France 2 News Director Arlette Chabot. But France 2 stood defiant, suing Karsenty for defamation.

The defamation trial passed almost unnoticed in Israel, to the apparent detriment of Karsenty's case. In his ruling in favor of France 2, Judge Joël Boyer five times cited the absence of any official Israeli support for Karsenty's claims as indication of their speciousness.

Israel's decision to stay on the sidelines was unfortunate because the truth always matters. The al-Dura incident wasn't the only media report to inflame passions against Israel in recent years, but it was the one with the highest profile. Moreover, if, as Karsenty and others have claimed persuasively, the al-Dura incident is part of the insidious trend in which Western media outlets allow themselves to be manipulated by dishonest and politically motivated sources (recall the Jenin "massacre" that never was, or the doctored Reuters photos from Israel's war against Hizbullah in 2006), then France 2 must be held accountable.

It is important to note that the al-Dura news report profoundly influenced Western public opinion. When I served as minister of Diaspora affairs from 2003 to 2005, I traveled frequently to North American college campuses. I heard first hand how Muhammad al-Dura had shaped the perceptions of young people just beginning to follow events in the Middle East. For many Jewish students, the incident was a stain of dishonor that called into question their support for Israel. For anti-Israel students, the story reaffirmed their sense of Zionism's innately "racist" nature and became a tool for recruiting campus peers to the cause.

To its credit, Israel has come to recognize that it must play an active role in uncovering the truth. The IDF recently sent a letter to France 2 demanding the release of Abu Rahmeh's 27 minutes of raw footage, asserting the implausibility of IDF guilt for the death of Muhammad al-Dura, and raising the possibility that the entire affair may have been staged.

Tragically, there is no way to repair the damage inflicted on Israel's international image by the France 2 report, much less restore the Israeli and Jewish victims whose lives were exacted as vengeance. It is possible, however, to deter slanderous news reporting - and the violence that often accompanies it - by setting a precedent for media accountability via the handover of Abu Rahmeh's full 27 minutes of raw footage. Encouragingly, the judge presiding over Karsenty's appeal has now requested the tapes. France 2 must make a full public disclosure. If there is nothing to hide, why should it refuse?


* Natan Sharansky is chairman of the Adelson Institute for Strategic Studies at the Shalem Center in Jerusalem. This article was first published in The Wall Street Journal.
 
 
 
 
 
  



Smascherato dopo 8 anni il caso Al Dura


di ANITA FRIEDMAN e ANDREA HOLZER

Dopo otto anni e migliaia di inutili morti, arriva il verdetto : Mohammed Al Dura, il bimbo icona della seconda intifada, non è stato ucciso dal fuoco dell’esercito israeliano. Noi lo sapevamo già, ma le implicazioni di questa vicenda sono d’una gravità senza precedenti.

Andiamo con ordine. Il 30 settembre del 2000, poco dopo la famosa passeggiata del primo ministro israeliano Arik Sharon a cui erroneamente si imputa lo scoppio della seconda intifada,  Mohammed Al Dura - un bimbo di dodici anni - fu ucciso a Gaza (Netzarim conjuction) a causa di un fuoco incrociato di  israeliani e palestinesi. Israele si dichiarò subito colpevole, per poi fare marcia indietro perché un esame balistico aveva dimostrato che la pallottola non poteva essere stata sparata dalle postazioni dell’IDF. I giochi, però, al quel punto erano fatti e il danno arrecato ad Israele (ma anche agli stessi palestinesi), incalcolabile.

Il video della (supposta)uccisione del bimbo (oggi si dubita perfino della sua effettiva morte) girato  dal cameraman palestinese Talal Abu Rhama – addirittura premiato per il suo lavoro – con il commento del corrispondente dei territori occupati di France 2 Charles Enderlin, fece il giro del mondo in pochi attimi.

Il sentimento dei palestinesi prese il sopravvento sulla razionalità: ne scaturì uno spargimento di sangue senza precedenti. Lo Stato d’Israele venne demonizzato, paragonato ad un regime nazista, accusato di avere deliberatamente colpito un innocente. Da quel momento s’intensificarono i ben noti atti terroristici contro Israele e certi (sedicenti) intellettuali nostrani approfittarono della morte di Al Dura (!) per accusare lo Stato Ebraico di tutti i mali del mondo.  Lo stesso Bin Laden sfruttò l’episodio dichiarando in suo discorso: “uccidendo questo bimbo gli israeliani hanno ucciso tutti i bambini del mondo”. Come se non bastasse, quando il giornalista americano Daniel Pearl venne decapitato, i suoi carnefici dichiararono di aver vendicato la morte del “bimbo ucciso dagli israeliani”.

Per fortuna, alcuni giornalisti (troppo pochi a dire il vero) misero in dubbio la veridicità dei fatti (e l’autenticità dello stesso video).  France 2, però, non tornò sui suoi passi e anzi rincarò la dose rifiutandosi perfino di mettere a disposizione i 27 minuti di video che avrebbero potuto far luce sulla vicenda.

Si sa, però, che l’eccezione conferma sempre la regola. L’eccezione in questo caso si chiama Philippe Karsenty, giovane giornalista francese che “non ci sta” ed è convinto che il video girato da Abu Rhama sia uno dei tanti falsi prodotti dagli estremisti anti-israeliani allo scopo di diffamare l’IDF. Karsenty scrive un articolo nel 2004 in cui espone il suo “j’accuse”, arrivando a chiedere le dimissioni di Charles Enderlin, colpevole di non aver esaminato il contenuto del video prima di mandarlo in onda. Enderlin, tra le altre cose, al momento dei fatti non si trovava nemmeno a Gaza ma a Ramallah.

Karsenty, però, sta lottando da solo contro Golia e, invece di essere ascoltato, è accusato di diffamazione nei confronti di un collega. Infatti il primo processo è stato vinto il 19 ottobre del 2006 da France 2, l’emittente francese per la quale lavorano sia Abu Rhama sia Charles Enderlin. 

Il nostro Davide, però, è scagionato dall’accusa di diffamazione anche se gli si chiede di risarcire simbolicamente (con un euro) France 2. C’è chi sostiene che sia stato l’esecutivo Chirac a fare pressioni politiche in tal senso, infatti lo stesso Prèsident francese, si scomodò a scrivere una missiva di suo pugno nella quale s’attestava l’integrità morale di Enderlin.  Chirac e France 2, però, non avevano fatto i conti con la tenacia di Karsenty che decise di ricorrere in appello.

Passa un altro anno. France 2 si decide finalmente a fornire alla corte 18 minuti del girato su 27. La scusa ufficiale per la mancanza dei minuti restanti è che non si trovano  più, che non ci sono mai stati, che - bontà sua  - Enderlin non ha voluto mandare in onda l’agonia del bimbo morente(non esiste un’immagine della morte stessa , il girato mostra il prima e il dopo).

Ora, come in tutti drammi che si rispettino, il colpo di scena: Il girato fornito alla corte dimostra che Al Dura, dopo essere morto, alza un braccio e apre gli occhi. Arriviamo ai giorni nostri: il mercoledì 21 maggio 2008 la Corte francese ha deciso che Karsenty non può essere accusato di diffamazione, l’esercito israeliano non ha mai sparato e – molto probabilmente – il fatto non sussiste, ergo: il bimbo (non possiamo nemmeno chiamarlo più per nome, non conoscendone l’identità) non è mai morto. In realtà, questo, la Corte non l’ha detto e - allo stato attuale delle cose - non si può sapere, visto che tutte le motivazioni non sono ancora state rese pubbliche.    

France 2, ovviamente, nega una sua complicità con Enderlin e Abu Rhama ma, sotto la superficie delle cose, rimane colpevole di essersi tenuta per anni dentro gli archivi il video “insanguinato”, rifiutandosi di farlo visionare. In pratica ha retto le accuse che venivano rivolte al “ piccolo satana” Israele, per uno scoop.

In un goffo tentativo di dimostrare la veridicità della propria tesi, France 2 aveva anche invitato Denis Jeambar (L’Express) e il regista Daniel Leconte a visionare il luogo “del crimine”.  Dopo il sopralluogo I due hanno dichiarato che i soldati israeliani non potevano aver colpito il bambino, secondo loro, infatti: “se le pallottole fossero state israeliane dovevano essere molto strane, avrebbero dovuto girare l’angolo” . Inoltre, i primi venti minuti del filmato consistevano in giochi di guerra dei bambini palestinesi che facevano finta di spararsi e morire.

Tanto per dare un’idea di quello che il fenomeno Al Dura ha significato per i detrattori di Israele, considerate che in giro per il mondo arabo ci sono 150 scuole che portano il suo nome (e che ora, per sfortuna loro dovranno inventarsi un modello vero a cui ispirarsi). Il fantomatico Muhammad Jamal al-Durrah (1988-2000) è stato dichiarato un martire e per tutti questi anni, intere generazioni di arabi si sono formati in scuole che predicavano la sua causa contro Israele e contro gli ebrei.

Ci sono poi centinaia di siti internet, francobolli che portano il suo nome in Egitto, in Giordania etc., ci sono strade dedicate ad Al Dura a Hebron, Baghdad e in Marocco. Quasi come se non si aspettasse altro che questa messa in scena per puntare il dito contro Israele e le sue (presunte) malefatte. Un po’ come  quando nel seicento si accusavano le vedove benestanti di stregoneria, adducendo motivi insulsi, e poi gli si confiscavano le proprietà. Un po’ come una profezia che si auto-adempie: “Israele è uno Stato guerrafondaio”, e quindi è chiaro che Al Dura è morto per mano degli israeliani. La voce si sparge e l’odio si semina, causando danni oramai irreparabili.

Secondo il Colonnello (donna) Anat Berko  (che ha passato 25 anni nell’IDF) infatti: “il verdetto non cambierà nulla,  non perché la notizia non sia di fondamentale importanza ma perché i media stranieri nei territori occupati hanno una loro agenda che è la demonizzazione di Israele e questo non ci rientra.  Anche in Israele la notizia è stata poco seguita, forse sanno che non farà clamore”.

Poi, con la voce sconsolata, la Berko aggiunge anche: “I media dovrebbero fare una riflessione sul loro operato, ne dovrebbero rispondere. Questo potrebbe cambiare il modo di fare giornalismo . Già quattro anni fa nel mio libro dissi che l’immagine è più forte del fatto stesso. La storia [di Al Dura, ndr] era una grande bugia, un blood libel, ma questo non importa a nessuno. Non fa notizia.  E’ terribile che l’essere politicamente corretto sia più importante della divulgazione dei fatti”.

Rimane da citare la dichiarazione di Karsenty dopo il verdetto: “E’ arrivato il momento che France 2 ammetta di avere creato e fomentato uno dei più forti sentimenti antisemiti della nostra epoca. Il governo francese e il presidente Nicolas Sarkozy, in qualità di amministratore delle televisione di stato francese, avranno la responsabilità di rivelare finalmente tutta la verità”.

Questa verità, c’è da chiedersi,  verrà urlata al mondo con lo stesso impeto con cui si è pianto l’omicidio del promettente attore Muhammad Jamal al-Durrah?


Fonte: http://www.loccidentale.it/autore/andrea+holzer/smascherato+dopo+8+anni+il+caso-al+dura.0051957