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Israele, i suoi abitanti, la sua economia e le contraddizioni interne nelle sue varie sfaccettature.
Tg2 Dossier a cura di Claudio Pagliara, corrispondente RAI da Gerusalemme.
Israele, Olmert verso le dimissioni Il premier nella bufera dà l'addio: «Lascerò l'incarico con dignità»
 Il primo ministro israeliano Ehud Olmert
GERUSALEMME Ehud Olmert non si candiderà alle primarie di Kadima, il suo partito, alla fine del mandato. Lo ha annunciato lo stesso primo ministro israeliano in un discorso pubblico a Gerusalemme, confermando le indiscrezioni degli analisti e di fatto indicando così la fine della sua carriera politica. Olmert ha aggiunto che lascerà la carica di primo ministro «in modo dignitoso», e non appena sarà eletto il nuovo leader del partito, «darò le dimissioni per consentire la formazione in maniera rapida di un nuovo governo». Olmert ha ribadito la sua innocenza nello scandalo finanziario che lo circonda attualmente, aggiungendo che il futuro gli darà ragione.
L’annuncio di Olmert, sottolinea l’Associated Press, potrebbe bloccare le iniziative di pace in Medio Oriente sostenute dagli Stati Uniti. Il primo ministro ha parlato alla popolazione alla tv e alla radio. «Lascerò il mio incarico», ha aggiunto, lasciando campo libero al suo successore per formare un governo. Olmert è oggetto di diverse indagini per corruzione. Ha negato ogni illecito ma ha promesso che in caso di incriminazione si dimetterà. La sua decisione di non candidarsi alle primarie di Kadima del 17 settembre mette in movimento il processo per scegliere un nuovo primo ministro. Se il suo successore come leader di Kadima riuscisse a formare una coalizione, Israele potrebbe avere un nuovo governo a ottobre. In caso contrario, la campagna elettorale potrebbe protrarsi per diversi mesi.
Fonte: La Stampa
Di seguito il servizio di Sky TG24.
Ancora un attentato. Di nuovo con un bulldozer. Fortunatamente stavolta non ci sono morti ma "solo" feriti. Vediamo due servizi di Sky TG24, a cura del corrispondente Renato Coen.
Ecco le cose che mi fanno veramente arrabbiare: un soldato israeliano ha sparato ad un manifestante palestinese con proiettili di gomma. Il fatto non desterebbe scalpore se questo non fosse stato prima legato, risultando dunque inoffensivo. La vittima è fortunatamente rimasta solo lievemente ferita, ma che senso aveva sparargli? Non era meglio evitare per non fomentare ulteriori polemiche e strumentalizzazioni?
La causa israeliana purtroppo spesso viene deformata da episodi di questo genere: il diritto di difendersi dello Stato ebraico, a mio avviso, è sacrosanto, ma episodi simili aiutano solo i denigratori ad avere argomentazioni per difendere l'operato di Hamas e compari. Argomentazioni secondo me superflue in quanto il gesto, pur essendo vergognoso, è un atto isolato e non un ordine impartito dal governo o da qualche superiore; estenderlo a tutto l'esercito israeliano mi pare un'autentica strumentalizzazione.
Ad ogni modo, ecco il servizio di Sky TG24 sulla vicenda.
Cosa vi viene da pensare immediatamente, di istinto, guardando queste tre foto? 

 Se volete provo ad indovinare: "gli israeliani sfruttano i bambini per fare la guerra"; oppure "gli israeliani inculcano l'odio nei confronti del palestinesi ai bambini sin da quando sono piccoli".
E' proprio questo che un utente di Metaforum.it ha cercato di fare: cercare di far sì che la gente pensasse una cosa del genere. In realtà le cose sono ben diverse, ma è impossibile capirlo senza sapere cosa ritraggono realmente queste immagini. I fautori della propaganda fanno esattamente questo: mostrano scene d'effetto senza specificare cosa realmente significano.
Dopo che ne ho fatto espressa richiesta infatti l'utente in questione (nickname: Ezra) ha cercato le didascalie delle foto e ha trovato il seguente testo: Israeli children play with a rifle as they visit an Israeli army weapons exhibition in the Gush Ezion settlements area on May 8, 2008 during celebrations for the 60th anniversary of Israel's creation. Israel today threw a huge birthday bash to celebrate 60 tumultuous years during which the Jewish state made great strides forward but failed to achieve peace with its neighbours. Fonte: DayLife.com, immagini AFP/Getty Images (LINK 1 e LINK 2)
Traduzione Bambini israeliani giocano con un fucile durante la loro visita ad una esibizione di armi dell'esercito israeliano nell'insediamento di Gush Ezion l'8 maggio 2008 durante le celebrazioni del 60esimo anniversario della nascita di Israele. [...] Insomma, niente di scandaloso. I bambini ritratti dalle foto non erano usati in battaglia, nè erano sottoposti ad una esercitazione: semplicemente stavano giocando. E ora non mi si venga a dire "in questo modo si insegna l'odio a quei bambini", come se fosse mostruoso che bambini giochino con armi completamente inoffensive.
Ricordatevi sempre: non giudicate mai le foto di primo acchitto; informatevi bene sul cosa ritraggono, chi le ha scattate e per conto di chi, cercate di scorgere eventuali strumentalizzazioni e solo dopo traetene le vostre conclusioni personali. Festa in Libano, tristezza in Israele Israele-Hezbollah, scambio di prigionieri. Morti i due militari israeliani catturati il 12 luglio 2006 Beirut – Il Libano si è fermato oggi per accogliere il ritorno di cinque combattenti libanesi di cui Israele ha accettato "a malincuore" lo scambio con i resti di due soldati israeliani catturati il 12 luglio 2006 dai guerriglieri Hezbollah con un raid oltre confine, e la cui morte è stata confermata solo questa mattina. Il movimento sciita Hezbollah aveva infatti fino ad oggi rifiutato di rilasciare qualsiasi dettaglio sulla loro sorte, che è stata rivelata solo quando l'emittente Tv al Manar dello stesso Hezbollah ha mostrato le immagini di due casse nere contenti i resti dei due soldati: Ehud Goldwasser e Eldav Regev. "Hezbollah ha trasformato la consegna dei cadaveri in uno show televisivo", ha subito esclamato con indignazione un commentatore della televisione commerciale israeliana Canale 10.
Il dolore delle famiglie dei 2 militari israeliani - La cattura di Ehud Goldwasser e Eldav Regev, nel corso della quale vennero uccisi anche altri otto soldati israeliani, dette l'avvio ad un'offensiva israeliana contro i guerriglieri Hezbollah, andata avanti per 34 giorni e costata la vita a 1.200 libanesi e 160 israeliani. Le famiglie Goldwasser e Regev hanno reagito con strazio alla vista delle bare dei loro congiunti, mostrate in diretta da al Manar mentre venivano trasportate in Israele dalla Croce Rossa internazionale. Oltre confine, sui resti dei due soldati, definiti "molto deteriorati", vengono compiuti gli esami necessari per accertarne l'identità e procedere così alla seconda fase dello scambio, che prevede da parte israeliana, oltre alla liberazione dei cinque prigionieri, anche la restituzione dei resti di 199 combattenti libanesi e palestinesi uccisi in scontri a fuoco con le forze di sicurezza israeliane nel corso di decenni.
Da quando i due soldati furono rapiti il 12 luglio 2006, nel raid che poi scatenò la guerra con il Libano, il partito Hezbollah non aveva mai dato notizie certe sulla sorte dei sequestrati. Malgrado i servizi israeliani fossero recentemente giunti alla conclusione che erano morti, i familiari avevano conservato fino all'ultimo un barlume di speranza di riabbracciarli vivi. Se Nasrallah, Segretario Generale del partito e movimento politico sciita libanese Hezbollah, considera "un gran risultato" l'averci tenuto all'oscuro per tanti anni, "allora mi fanno pena lui e il popolo libanese", commentava stamattina sul sito Ynet news Shlomo Goldwasser, il padre di Ehud, prima dell'arrivo delle bare. "Hanno perso 800 uomini e la loro intera economia e per cosa? Per qualcuno che ha ucciso una bimba di quattro anni? Come possono chiamarlo un eroe? E' solo un bastardo", ha proseguito l'uomo, riferendosi alla guerra in Libano e alla liberazione del terrorista Samir Quntar.
Israele - Tra i cinque prigionieri che Israele ha deciso di liberare c’è infatti un druso di 46 anni, Samir Quntar, che non ha mai fatto parte di Hezbollah e che è stato condannato da un tribunale israeliano al carcere a vita perché riconosciuto colpevole di aver ucciso tre persone, tra cui una bimba di quattro anni, in un attacco nel 1979 contro la cittadina costiera di Naharya, nel nord di Israele. Gli altri quattro sono miliziani Hezbollah catturati dalle forze israeliane nella guerra del 2006. Il movimento Hezbollah, che giudica lo scambio come "una ammissione di sconfitta" da parte di Israele e che per la stampa di Beirut "riunisce i libanesi", si prepara a tributare ai cinque combattenti un'accoglienza da "eroi", con cerimonie, bandiere e archi di trionfo. "Quntar è un assassino spregevole che quando aveva 16 anni fracassò il cranio ad una bimba israeliana" ha detto il portavoce militare di Israele Avi Benayahu, che riferendosi alle celebrazioni in suo onore organizzate dai libanesi, ha sprezzantemente commentato: "Qualcuno in Libano vede in lui un eroe. Povero quel popolo che si vanta di 'eroi' del genere”.
Fonte: Sky TG24 L'ho già detto e lo ripeto: è una vergogna festeggiare la liberazione anticipata di un assassino e definirlo addirittura eroe per aver commesso un delitto efferato contro civili inermi. Perché, lo ricordo, non si è reso protagonista di un'ammirevole azione di guerra contro l'esercito nemico, non è stato un grande ammiraglio, non fatto niente di influente per il suo paese; ha semplicemente trucidato una famiglia intera ed in particolare ha ucciso una bambina di soli quattro anni fracassandole il cranio con il calcio del fucile.
Un simile cane rognoso (con tutto il rispetto per i cani) non può essere considerato eroe nazionale: il Libano intero invece lo sta festeggiando. Guardate il video qui accanto, tratto da Al Jazeera e pubblicato su YouTube: possibile che tutta questa gente festeggi la liberazione di un assassino? Direi che si tratta di una vera vergogna nazionale. Senza mezzi termini. Soprattutto alla luce delle sue nuove dichiarazioni, tratte dal sito dell'agenzia ASCA. M.O.: EX PRIGIONIERO LIBANESE, NON SONO PENTITO DI OMICIDI IN ISRAELE (ASCA-AFP) - Aabey, 17 lug - Samir Kantar, il prigioniero libanese con la condanna piu' lunga rilasciato da Israele nello scambio di prigionieri con Hezbollah, ha dichiarato di non essere pentito degli omicidi per i quali e' stato condannato.
''Non sono assolutamente pentito'', ha detto all'Afp al suo arrivo alla casa di famiglia nel villaggio druso di Aabey, a sudest di Beirut. ''Anzi, resto delle mie idee politiche''.
Kantar, 46 anni il 22 luglio, aveva appena 17 anni quando venne condannato a cinque ergastoli per un triplice omicidio nel 1979, uno dei piu' noti attacchi nella storia di Israele.
L'ex prigioniero era stato condannato per l'omicidio di un agente di polizia, un civile e un bambino di 4 anni ucciso con il calcio del fucile.
''Provo una grande gioia perche' sono tornato nelle fila della resistenza e dalla mia famiglia'', ha aggiunto Kantar al suo arrivo a casa, dove e' stato accolto come un eroe.
Fonte: ASCA
Oggi esce di galera, col ricatto, uno spietato infanticida mai pentito Per quasi trent’anni non era stata autorizzata la pubblicazione del contenuto completo del dossier Samir Kuntar (File No. 578/79) depositato negli archivi del tribunale di Haifa. Ora, alla vigilia della prevista scarcerazione di Kuntar, accogliendo la richiesta del quotidiano israeliano Yediot Aharonot il tribunale ha autorizzato la visione della deposizione di Kuntar, delle numerose prove, di altre testimonianze e del testo completo dell’atto di incriminazione e della sentenza. Finora questo materiale era coperto da segreto e nelle poche occasioni in cui era uscito dagli archivi, era stato accompagnato da una scorta armata. Lunedì scorso il giudice Ron Shapira ha autorizzato la pubblicazione di tutto il contenuto del dossier, ad eccezione della testimonianza di una sola persona. Il giudice ha anche chiesto di non pubblicare i referti anatomopatologici né altri dettagli che possano ledere la memoria delle vittime. “Non vedo ragione di limitare l’accesso all’atto di incriminazione e al verdetto – ha spiegato il giudice, respingendo la richiesta del pubblico ministero – E’ fuor di dubbio che la questione della scarcerazione di Kuntar, e dunque anche le circostanze della sua detenzione, sono argomenti di profondo interesse pubblico. Pertanto sono convinto che la richiesta del quotidiano sia giustificata”.
Samir Kuntar, druso libanese, aveva 17 anni quando guidò un commando terroristico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Da allora non ha mai espresso alcun rimorso per aver ucciso Einat Haran (4 anni), il padre Danny Haran (32 anni) e l’agente di polizia Eliyahu Shahar (24 anni). Kuntar e Ahmed Assad Abras, l’altro membro del commando sopravvissuto all’attentato, vennero condannati a cinque ergastoli più 47 anni di carcere. Durante l’attentato, che avvenne a Nahariya il 22 aprile 1979, morì anche Yael Haran (2 anni) mentre si nascondeva con la madre Smadar per sfuggire ai terroristi. Salvo ritardi dell’ultimo momento nell’applicazione del recente accordo di scambio con Hezbollah, mercoledì mattina Kuntar saluterà i suoi compagni della cella 33, ala 3, del carcere di Hadarim, verrà trasportato al valico di frontiera di Rosh Hanikra fra Israele e Libano e potrà festeggiare il suo 46esimo compleanno a casa sua, nel villaggio di Aabey, vicino all’aeroporto di Beirut.
La notte del 22 aprile 1979 Kuntar e i suoi complici partirono dal Libano su un gommone e sbarcarono sulla spiaggia di Nahariya. Qui spararono a un’auto di pattuglia della polizia uccidendo l’agente Eliyahu Shahar. Proseguendo, fecero irruzione nel vicino appartamento della famiglia Haran, al 61 di Via Jabotinsky, e trascinarono sulla spiaggia Danny e la figlia Einat di 4 anni. Smadar e l’altra figlia, Yael, di 2 anni, si nascosero acquattandosi in un soppalco dove Yael morì inavvertitamente soffocata dalla madre che cercava disperatamente di impedirle di gridare per non essere scoperte dai terroristi. Intanto sulla spiaggia, mentre si svolgeva uno scontro a fuoco con le sopraggiunte forze di sicurezza, Kuntar sparava a bruciapelo nella schiena a Danny e uccideva anche la figlia Einat. Nell’azione morirono anche due terroristi, mentre Kuntar e Abras venivano arrestati e processati.
Immediatamente dopo l’arresto, all’udienza per la conferma del suo stato di detenzione, Kuntar ammise d’aver ucciso la piccola Einat colpendola ripetutamente sulla testa col calcio della sua arma. Successivamente, invece, durante la deposizione davanti alla Corte, Kuntar ritrattò la confessione. “Arrivai sulla spiaggia di Nahariya alle 2.30 del mattino – dichiarò il 6 gennaio 1980 – Legammo la nostra imbarcazione alle rocce. Avevamo istruzione di non aprire il fuoco, prendere degli ostaggi e portarli con noi in Libano. Io ero al comando della cellula. Avevo deciso di bussare alla porta di una delle case. Majeed ed io camminammo verso l’edificio. Gli dissi di suonare il campanello ma di non parlare perché avevo deciso di parlare in inglese con quelli che ci abitavano. Quando arrivammo, Majeed suonò a uno degli appartamenti e parlò in arabo alla donna, e quella risposte in ebraico. Fu un errore e la donna non aprì la porta. In quel momento sentii il suono di un’auto che si avvicinava e si fermava… Feci fuoco e poi entrammo in uno degli appartamenti da dove tirammo fuori un uomo e la sua ragazzina per portarli via con noi. Decisi che avremmo dovuto portare con noi anche la ragazzina per garantirci di restare vivi, per poi restituirli dal Libano attraverso la Croce Rossa. Mentre eravamo con loro ci furono degli spari verso di noi… Esplosi alcune raffiche verso quella gente con il mio Kalashnikov e colpii uno di loro che cadde a terra. Quando vidi che il gommone era stato colpito… cercammo di ritirarci via terra e sfuggire al fuoco verso di noi… I soldati lanciarono un attacco contro di noi… Volevo trovare un modo per dir loro di smettere di spararci perché l’unico nostro obiettivo era portare in Libano gli ostaggi. Ma non avevo un megafono… Fui colpito da cinque proiettili”.
Kuntar proseguì la deposizione al processo sostenendo che Danny Haran sarebbe stato colpito dagli stessi soldati israeliani durante lo scontro a fuoco. “Io – aggiunse – perdevo molto sangue e svenni. Non so cos’altro sia accaduto fino quando mi sono svegliato e mi sono ritrovato nelle mani dei soldati. Non ho fatto nulla alla ragazzina e non ho visto come sia morta”.
Tra le varie testimonianze dell’accusa, il testimone n. 4 ha invece raccontato alla Corte d’aver visto molto bene Danny Haran in piedi che gridava “Non sparate, c’è qui la mia bambina” e subito dopo Kuntar che gli sparava nella schiena. Al processo ha testimoniato anche il medico legale che ha accertato che la morte di Einat è stata direttamente causata da colpi inferti con un oggetto smussato come un bastone o il calcio di un fucile.
Le udienze in tribunale furono quasi insopportabili per la madre, Smadar Haran, unica sopravvissuta della famiglia. Durante una delle sedute, mentre la difesa di Kuntar cercava di sostenere che il suo assistito era stato maltrattato in carcere, Smadar mormorò qualcosa all’indirizzo dei due imputati obbligando la Corte a chiederle di scusarsi. Smadar decise di abbandonare l’aula del tribunale, ma si rifiutò di porgere le sue scuse.
Il giorno della lettura della sentenza Smadar Haran sedeva con il capo chino, piegata dal dolore. La madre dell’agente ammazzato Eliyahu Shahar, che non aveva perso neanche una udienza, non era invece presente: il suo cuore aveva ceduto quattro giorni prima. Kuntar, stando al resoconto pubblicato allora da Yediot Aharonot, sembrava quasi divertito.
“Samir Kuntar – scrissero i giudici nella sentenza, sulla base di molte prove e testimonianze – si avvicinò a Einat Haran e la colpì due volte sulla testa con il calcio del suo fucile, con l’intenzione di ucciderla. Anche l’altro imputato le colpì la testa con forza. A causa dei colpi, Einat subì fratture al cranio e danni fatali al cervello, che ne provocarono la morte. Costoro assassinarono a sangue freddo gli ostaggi, una padre indifeso e la sua piccola figlia”. E aggiunsero: “Con questi atti, gli imputati hanno toccato bassezze morali senza precedenti… un gesto senza eguali di diabolica malvagità … la pena che intendiamo infliggere non corrisponde neanche lontanamente alla brutalità delle loro azioni…”.
Successivamente il governo israeliano stabilì che la scarcerazione di Kuntar, nel frattempo diplomatosi in scienze sociali durante la detenzione in Israele, sarebbe stata usata come moneta di scambio nell’affare Ron Arad (l’aviatore israeliano caduto vivo nella mani di terroristi jihadisti libanesi nel 1986, “venduto” da un’organizzazione terroristica all’altra, e del quale da tempo non si sa più nulla). Quattro anni fa, durante le trattative per ottenere la restituzione del faccendiere Elhanan Tannenbaum, sequestrato da Hezbollah, e delle spoglie di tre soldati israeliani catturati e uccisi da Hezbollah al Monte Dov nel 2000 (sotto gli occhi dei soldati Onu), Israele accettò di scarcerare Kuntar in cambio di informazioni precise sulla sorte di Ron Arad. Non avendo ricevuto nessuna informazione, Kuntar restò in carcere.
Due settimane fa, Smadar Haran ha tenuto una conferenza stampa nella quale ha detto che non si oppone allo scambio con Hezbollah per la restituzione degli ostaggi Eldad Regev e Ehud Goldwasser (sequestrati nel luglio 2006 in territorio israeliano) e per informazioni su Ron Arad.
Ora, in ottemperanza dell’accordo (o meglio,del ricatto) accettato, Israele si appresta a rimettere in libertà l’assassino e infanticida Samir Kunter senza neanche sapere se Regev e Goldwasser siano vivi o morti, e senza aver avuto nessuna vera informazione sulla sorte di Ron Arad.
Scrive il Jerusalem Post: In Libano fervono i preparativi per celebrare il ritorno di Samir Kuntar, condannato a più ergastoli in Israele per aver commesso uno dei più atroci attentati terroristici nella storia del paese. La sua scarcerazione è prevista per mercoledì mattina, in cambio degli ostaggi Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, sequestrati da Hezbollah su suolo israeliano il 12 luglio 2006. La popolazione e il governo libanese e tutti gli altri nel mondo arabo, compresi molti palestinesi, che sono così felici per la scarcerazione di Kuntar farebbero meglio a domandarsi se un tale mostro meriti tanta glorificazione. È questo il tipo di uomo che eleggono a loro idolo? Se è così, questo non ci dice forse qualcosa su chi festeggia? Kuntar non ha mai espresso il minimo rimorso. Anzi, stando al quotidiano dell’Autorità Palestinese al-Hayat al-Jadida, pochi mesi fa ha scritto una lettera a Nasrallah in cui giura solennemente di non aver alcuna intenzione abbandonare la jihad contro Israele. Per inciso, il giornale palestinese accompagna il testo della lettera con un articolo in cui Kuntar viene definito “un raggio di luce” e un “autentico modello di comportamento”. Forse Kuntar e i suoi fan dovrebbero leggere l’agghiacciante racconto di Smadar Haran Kaiser (oggi risposata e con due bambini): “Non dimenticherò mai la gioia e l’odio nelle voci degli uomini di Kuntar mentre si aggiravano per la casa dandoci la caccia, sparando coi mitra e gettando granate – scrisse in un articolo sul Washington Post – Se sottolineo la gioia e l’odio nelle loro voci è per un motivo: per chiunque abbia una sensibilità normale è difficile comprendere come qualcuno possa provare gioia e odio mentre sfonda la testa di una bambina di quattro anni. Che genere di patologia può portare una società intera a celebrare tanta malvagità?”
(Da: Nir Gontarz su MFA Newsletter, Jerusalem Post, www.israele.net, 14.07.08) Fonte: LiberaliPerIsraele.ilcannocchiale.it Ecco il dossier (in inglese) su Samir Kuntar tratto dal sito del ministero per gli affari esteri israeliano. The Kuntar File, Exposed - Yediot Aharonot - by Nir Gontarz After almost 30 years of being classified, File No. 578/79 has been granted permission for publication: the murderer's testimony, the shots in Danny Haran's back and the death blow to toddler Einat's head. (Translated and reprinted with permission)  Evidence from the pathologist's report (Photo courtesy Doron Golan) For almost 30 years the Samir Kuntar file has sat in the district courthouse archives in Haifa. Its contents were never authorized for publication. Until yesterday. Right before his expected release in two days' time, the court acceded to Yediot Aharonot's request and allowed Kuntar's testimony, copies of the copious evidence and other testimonies in the file, the indictment and the judges' verdict, to be perused...
Besides the Pardons Department, no one has ever read the file - which was considered top secret by court administrators. On the few occasions that it was removed from the archives, it was accompanied by an armed security officer. Being a classified security file, the contents of File No. 578/79 had never been released for publication. Due to the obvious public interest, Justice Ron Shapira has permitted publication of everything in the file except one person's testimony. The judge also asked not to publish the pathological reports or any other detail that could harm the memory of the victims.
"I saw no reason to restrict access to the indictment and the sentence [as demanded by the prosecutors' office - N.G.]," explained the judge. "No one disputes that the matter of Kuntar's release and therefore the circumstances of his detention are subjects of public interest. I'm certain that the newspaper's request is justified."
Kuntar, a Lebanese Druze, was 17 when he commanded the terrorist cell of the Popular Front for the National Liberation of Palestine. He has never expressed remorse for killing Einat (age 4) and Danny (age 32) Haran and the police officer Eliyahu Shahar (age 24). He and the other surviving cell member, Ahmed Assad Abras, were sentenced to five life terms and another 47 years of imprisonment. In the Nahariya terror attack on April 22, 1979, Yael Haran (age 2) was also killed while hiding from the terrorists with her mother Smadar Haran. "I Did Not Kill" Kuntar was supposed to rot in jail until his dying day, but barring further delays in the deal with Hizbullah, on Wednesday morning he will say goodbye to his cellmates in Cell 33, Wing 3, in Hadarim Prison, be transported to the Rosh Hanikra border crossing, and celebrate his 46th birthday at home in the village of Aabey near the Beirut airport.
On the night of April 22, 1979, Kuntar and his accomplices sailed from Lebanon in a rubber dinghy and landed on the Nahariya beach. They shot at a police car, killing officer Eliyahu Shahar. Moving on, they broke into the nearby Haran family apartment at 61 Jabotinsky Street, and dragged Danny and four-year-old Einat to the beach. Smadar and two-year-old Yael hid in the attic, where Yael suffocated to death as her mother tried to keep her quiet - so the terrorists would not find them.  Rubber dinghy used by Kuntar and his accomplices (Photo courtesy Doron Golan) On the beach, during an exchange of fire with security forces, Kuntar shot Danny in the back at close range and murdered Einat as well. Two of his fellow terror cell members were killed; Kuntar and Abras survived and were put on trial.
Immediately following his capture, when his remand was extended, Kuntar confessed that he had bludgeoned Einat to death with the butt of his rifle. Later, however, when testifying in court, Kuntar denied the charges. "I reached Nahariya beach at 2:30 in the morning," he testified on January 6, 1980. "We tied our boat to a rock. We had instructions to avoid opening fire, to take hostages and bring them to Lebanon. I was commander of the cell. I planned to knock on the door at one of the houses. Majeed and I walked towards the building. I told him to ring the bell but not to speak, because I planned to speak English with the people living there. When we went in, Majeed buzzed one of the apartments, and Majeed spoke to the woman in Arabic and she answered him in Hebrew. He made a mistake and she didn't open the door.  Evidence from the pathologist's report showing Einat Haran's brain tissue on the butt of Kuntar's rifle - Click to enlarge (Photo courtesy Doron Golan) "I then heard the sound of a car driving up and stopping... I opened fire, then we went up to one of the apartments, where we pulled out a man and a girl so we could take them with us. I decided we should take the girl with us to ensure we'd stay alive, and then return her from Lebanon to Israel via the Red Cross.
"While we were with them, shots were fired at us... I shot some rounds at those people with my Kalashnikov rifle and hit one of them; he went down. When I saw the boat had been hit... we tried to retreat by land and escape the gunfire coming our way... Tthe army began an assault on us... I wanted to find a way to tell them to stop shooting at us, because our whole objective was to take hostages to Lebanon. But I didn't have a megaphone... I was hit by five bullets. Then [Danny] Haran got to his feet and signaled to the army forces with his hand to stop them from firing. He was hit by the bullets being shot at him by the soldiers. The five bullets that hit me struck sensitive places, so I lost a lot of blood and passed out. I didn't know what else was happening with me until I woke up in the morning and found myself in the military's hands. I didn't hurt the girl at all and I didn't see how she met her death."
However, in court, prosecution witness no. 4 testified that he saw Danny Haran stand up and shout, "Cease your fire, don't shoot. My little girl is here." Immediately thereafter he saw Danny shot by Kuntar. Testimony was also given in court by a doctor who ruled that Einat's death had been caused by a direct blow with a blunt instrument, something like a stick or a rifle butt.  Danny, Einat and Yael Haran - among Samir Kuntar's victims (Photo courtesy Doron Golan) Satanic Act The court sessions were unbearable for Smadar Haran. In one of them, Kuntar's defense attorney claimed that he had been beaten in the detention center. Smadar, who could not stand it any longer, muttered something at the murderers - causing the head judge to demand that she apologize. Smadar elected to exit the courtroom quietly, but refused to give an apology.
Slain officer Eliyahu Shahar's mother did not attend the reading of the sentence in January 1980. Her heart had given out four days earlier. All those present in the courtroom, accustomed to seeing her there every session, felt her absence. Smadar Haran sat with her head downcast, bowed over in pain. Kuntar, according to the report in Yediot Aharonot at the time, actually looked amused.
"Kuntar went over to Einat Haran and hit her head twice with the butt of his rifle, with the intent of killing her," wrote the judges in their verdict. "The other defendant also struck her head forcefully. As a result of the blows, Einat suffered skull fractures and fatal brain damage, causing her death. They murdered the hostages - a helpless father and daughter, in cold blood." They wrote in the sentence, "By these acts the defendants reached an all-time moral low... an unparalleled satanic act... the punishments we are about to impose on the defendants cannot begin to match the brutality of their actions..."
Kuntar, who managed to complete a bachelor's degree in social studies and humanities while in Israeli prison, was categorized by the Israeli government as a bargaining chip in the Ron Arad affair. That was four years ago, during the deal to return Elhanan Tannenbaum and the bodies of three IDF soldiers who had been kidnapped from Mt. Dov in 2000. Israel agreed to release Kuntar only in exchange for information on Ron. No information was received, and Kuntar remained in jail.
Two weeks ago, Smadar Haran held a press conference, and made it clear that she is reconciled to the deal being made with Hezbullah. Eldad Regev and Ehud Goldwasser will be returned to Israel in exchange for Kuntar's release. "Kuntar is not my personal prisoner," she explained. In two days, apparently, her family's murderer will be liberated, and Israel still will not have any reliable information on the fate of the captured navigator.
Lior El-Hai and Meir Turgeman contributed to this report. Fonte: mfa.gov.il Abbiamo appreso in precedenza dell'accordo tra Israele e Hezbollah per lo scambio di prigionieri. Vediamo a riguardo un nuovo servizio di Sky TG24. Ma chi è questo Samir Kuntar che Israele rilascerà in cambio dei due soldati rapiti (e probabilmente uccisi) nel 2006? Leggiamo questo articolo tratto da Israele.net e riportato sul sito de L'Occidentale. Guardiamo anche un video pescato da YouTube. Chi è Samir Kuntar, l'uomo dello scambio  Il 22 aprile 1979 Kuntar guidò un gruppo di quattro terroristi che, partiti da Tiro a bordo di un gommone, sbarcarono verso mezzanotte sulla spiaggia di Nahariya, città israeliana una decina di km a sud del confine israelo-libanese, con lo scopo di compiervi un attentato. I quattro si imbatterono in un agente di polizia israeliano, Eliyahu Shahar, che uccisero all’istante. Dopodiché entrarono in un edificio al numero 61 di via Jabotinski e fecero irruzione nell’appartamento della famiglia Haran prima che potessero sopraggiungere rinforzi di polizia. I terroristi presero in ostaggio Danny Haran, 28 anni, insieme alla figlia Einat di quattro anni. La madre, Smadar Haran, fece in tempo a nascondersi in un soppalco sopra la stanza da letto insieme alla figlia Yael, di due anni, e a una vicina. “Non dimenticherò mai – ha successivamente raccontato Smadar –l’allegria e l’odio nelle voci degli uomini di Kuntar mentre si aggiravano per la casa dandoci la caccia, sparando coi mitra e gettando granate. Sapevo che se avessero sentito Yael piangere avrebbero gettato una granata nel nostro nascondiglio uccidendoci tutte. Così tenni la mano sulla sua bocca per non farla gridare. Acquattata là dentro, mi tornavano alla mente i racconti di mia madre su quando si nascondeva dai nazisti durante la Shoà”. Tragicamente in quei frangenti Smadar provocò la morte per soffocamento della figlia Yael, accorgendosene solo troppo tardi. Nel frattempo Kuntar e i suoi uomini tentavano una sortita e uscivano dall’edificio trascinando Danny e la piccola Einat sulla spiaggia, dove ingaggiavano una sparatoria con agenti e soldati israeliani. Fu in quel momento che Samir Kuntar sparò a bruciapelo alla schiena di Danny Haran davanti agli occhi della figlioletta, immergendolo poi in mare per assicurarsi che fosse morto. Subito dopo venne visto uccidere la piccola sfondandole il cranio con il calcio del fucile contro le rocce della spiaggia. Intanto nella sparatoria rimanevano uccisi un secondo agente israeliano e due uomini di Kuntar (Abdel Majeed Asslan e Mhanna Salim Al-Muayed). (fonte israele.net) Fonte: L'Occidentale Personalmente mi sembra un vero schifo che si pretenda la liberazione del responsabile di un crimine così efferato.
Nonostante ciò gli Hezbollah considerano la liberazione di Kuntar come una loro vittoria e un'umiliazione per Israele. Ecco la traduzione dell'articolo tratto dal sito del Jerusalem Post. Ufficiale Hezbollah: accettazione israeliana dell'accordo dimostra "fallimento umiliante"  Un ufficiale Hezbollah ha affermato che l'approvazione israeliana dello scambio di prigionieri con il suo gruppo è un'ammissione ufficiale della sconfitta di Israele. Il comandante Hezbollah nel sud del Libano, Sheik Nabil Kaouk, ha detto che lo scambio di prigionieri che si sta per compiere mostra "l'umiliante fallimento israeliano nei confronti della resistenza, militare e politica". Il governo israeliano ha approvato l'accordo martedì, un giorno dopo il previsto ritorno di cinque prigionieri libanesi in cambio dei due soldati israeliani catturati dagli Hezbollah nel 2006. Kaouk ha detto che considera l'accettazione israeliana una "ammissione ufficiale di sconfitta". Tradotto da: JPost.com Di diverso avviso Miki Goldwasser, la madre di Ehud Goldwasser, uno dei due soldati rapiti nel 2006 dagli Hezbollah, che afferma che lo scambio è una vittoria per Israele. Vediamo in cosa consiste questa sua convinzione. "Decisione del governo è una vittoria per Israele" La decisione del governo di ratificare l'accordo di scambio con gli Hezbollah è un trionfo per Israele. Lo ha dichiarato martedì a Radio Israel Miki Goldwasser, madre di Ehud Goldwasser, il riservista dell'IDF rapito.
Ha spiegato che sente che la decisione è una vittoria nei confronti degli Hezbollah e del capo dell'organizzazione Sheikh Hassan Nasrallah, che ha combattuto per liberare un assassino e prevede di festeggiare per il suo rilascio. La donna ha definito ciò una "vergogna" per l'intera nazione libanese.
Goldwasser ha aggiunto "la nostra nazione è forte e sa a cosa tiene lui (Nasrallah) e combatteremo ancora."
"Voglio vedere la mia nazione tenere orgogliosamente la sua testa e dire 'abbiamo vinto'" ha aggiunto.
Tradotto da: JPost.com
Sono d'accordo con Miki Goldwasser quando afferma che è vergognoso combattere per la liberazione di un assassino (che ha persino ucciso una bambina sfondandole il cranio) e non credo che si tratti di una vera vittoria degli Hezbollah dato che il prigioniero in realtà viene liberato dopo circa 30 anni di prigionia (insomma, la sua pena, seppur non completamente, l'ha scontata).
Certo però che non si capisce a cosa sia servita la guerra in Libano nel 2006 se questa è stata mossa da Israele per liberare i soldati rapiti e oggi ci si ritrova a scarcerare un detenuto assassino in cambio dei loro corpi probabilmente esanimi. Secondo me Israele non ha sbagliato ad iniziare quella guerra, semplicemente doveva concluderla meglio. A pensarlo non sono solo io, anche il rapporto Winograd dice più o meno le stesse cose. Direi una vera occasione sprecata.
 In occasione dell'anniversario della Presa della Bastiglia in Francia, a Parigi erano presenti moltissimi capi di Stato per inaugurare una nuova unione di paesi del Mediterraneo (chiamata UPM, detta anche Euromed), tra i quali il premier israeliano Olmert, il presidente dell'ANP Abbas (Abu Mazen) e il presidente siriano Assad. La presenza di quest'ultimo è stata fortemente contestata. Leggiamo un articolo a riguardo. FRANCIA: PARATA DEL 14 LUGLIO SI CHIUDE TRA POLEMICHE PER PRESENZA ASSAD (ASCA-AFP) - Parigi, 14 lug - Coronando un soggiorno a Parigi che gli ha permesso di rompere il suo isolamento diplomatico, il presidente siriano Bashar al-Assad ha assistito oggi accanto a numerosi leader stranieri alla parata del 14 luglio, una presenza simbolica che ha scatenato le polemiche. I 43 leader che ieri hanno preso parte al lancio dell'Unione per il Mediterraneo erano stati invitati dal presidente francese Nicolas Sarkozy a questa parata militare che rappresenta il culmine della festa nazionale.
Sotto un sole splendente, Assad, occhiali neri ha preso posto, sorridente, nella tribuna d'onore allestita in place de la Concorde.
Seduto accanto a Sarkozy, il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente palestinese Mahmoud Abbas e quello egiziano Hosni Mubarak, Assad ha assistito al passaggio di circa 4.000 soldati, tra i quali i celebri legionari.
Nella tribuna si trovava anche il Primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma come ieri nel corso del vertice, i leader di questi due Paesi formalmente in guerra dal 1948 si sono evitati. Assad si e' defilato nel momento in cui Olmert stringeva le mani ad altri leader.
La presenza di Assad, alla guida uno dei regimi piu' repressivi del mondo arabo, e' stata duramente criticata dall'opposizione di sinistra e dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani.
Anche alcuni ex militari francesi hanno manifestato la loro contrarieta', parlando di un''attentato alla memoria'' dei 58 soldati francesi uccisi nell'attentato contro la caserma Drakkar a Beirut, avvenuto il 23 ottobre 1983, nel quale numerosi osservatori hanno visto la mano della Siria.
A margine della parata, il responsabile dell'organizzazione Reporter senza frontiere, Robert Menard, e' stato arrestato dalla polizia insieme a una decina di militanti che gridavano ''Liberta' in Siria''. L'azione non ha tuttavia turbato lo svolgimento della parata. La discesa degli Champs-Elysees da parte del presidente francese ha provocato applausi e qualche fischio tra le decine di migliaia di spettatori.
La principale innovazione della parata, giorno della commemorazione della presa della Bastiglia durante la Rivoluzione francese, e' venuta dalla lettura da parte dell'attore Kad Merad di estratti del Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani.
Le frasi sulla necessita' che i diritti umani ''siano protetti da un regime di diritto'' e sullo ''sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni'' hanno assunto una particolare risonanza di fronte a una tribuna del genere.
Sarkozy aveva minimizzato l'impatto della presenza di Assad, affermando che non era che un invitato tra gli altri.
Lo stesso Assad ha evitato di alimentare la polemica e di rispondere alle parole del capo della diplomazia francese, Bernard Kouchner, che aveva affermato che la presenza del leader siriano ''non lo esaltava particolarmente''. ''Si tratta semplicemente di scalpore politico'', aveva detto Assad a France 2 domenica sera.
La parata ha coronato il weekend di gloria di Assad, che si e' presentato come attore fondamentale del processo di pace in Medio Oriente.
Dopo un faccia a faccia con Sarkozy all'Eliseo, il presidente siriano ha incontrato anche Ban e il Primo ministro turco Receo Tayyip Erdofgan, cosi' come due volte il suo omologo libanese Michel Sleiman. I due leader hanno dato il loro assenso alla prossima apertura di relazioni diplomatiche per la prima volta dall'indipendenza dei loro Paesi piu' di 60 anni fa.
In occasione della festa infine, Sarkozy ha concesso il titolo di cavaliere della Legion d'Onore all'ex candidata alla presidenza colombiana Ingrid Betancourt.
Sarkozy ha insignito Betancourt di una delle massime onorificenze francesi nei giardini dell'Eliseo, appuntandole sull'abito la medaglia durante una cerimonia trasmessa in diretta dalla televisione francese.
Fonte: ASCA Sia Olmert che Abbas hanno affermato che mai si è stati così vicini alla pace in Medio Oriente. Non tutti però sono convinti di ciò. Leggiamo questo articolo tratto dal blog di Panorama e guardiamo il servizio di Sky TG24. Olmert e Abbas, la scommessa della pace  Palazzo dell’Eliseo: il presidente Anp Mahmmoud Abbas,il padrone di casa Nicolas Sarkozy, il premier israeliano Ehud Olmert Sono due uomini politici che vivono un momento di forte debolezza. Riusciranno a darsi forza vicendevolmente? La scommessa è tutta lì. Nel tentare di riprendere le fila di un processo di pace che fino all’altro giorno appariva moribondo e che, invece, ora, se il suo stato di salute migliorasse, potrebbe contribuire a risollevare le sorti del premier israeliano Ehud Olmert e del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen. Forse, è proprio per questo che i toni usati dai due governanti, nella conferenza stampa congiunta con Nicolas Sarkozy a Parigi, sono stati all’insegna dell’ottimismo. Israeliani e palestinesi “non sono mai stati così vicini ad un accordo di pace” - ha detto Olmert. E Abu Mazen non ha smentito. Anzi. Ha rilanciato, affermando che sono stati avviati colloqui approfonditi tra le parti.
La carta disperata di Olmert. “Il dialogo tra i due è un fatto positivo, ma io non riesco a essere cosi’ ottimista” - dice a Panorama.it Ghassan Khatib, ex ministro della Pianificazione dell’Anp, vice presidente della Università palestinese di Bir Zeit e direttore del Jerusalem Media and Communication Center, un prestigioso centro studi che monitora i cambiamenti dell’opinione pubblica palestinese. Intellettuale moderato, schierato con le colombe, criticato spesso dai falchi di entrambi gli schieramenti, questo politologo palestinese non riesce a risparmiare critiche alle parole professate al Vertice dell’Unione per il Mediterraneo da Olmert e Abu Mazen. “Purtroppo non vedo progressi nel processo di pace. Con questa uscita, penso che il primo ministro israeliano abbia voluto distrarre la sua opinione pubblica dal grave scandalo in cui è coinvolto. Olmert vuole proporsi come il perno di un trattativa che è ben lontana da una sua conclusione positiva. E’ come se dicesse al suo elettorato: nonostante le indagini penali su di me, io adesso non posso dimettermi perché mi sto occupando di una cosa più importante, la pace con i palestinesi”. Khatib si riferisce alle ultime rivelazioni sull’inchiesta in cui è rimasto coinvolto il premier israeliano. Venerdì scorso, alla vigilia del suo viaggio in Francia, Olmert era stato sottoposto ad un lungo e a tratti teso interrogatorio da parte della polizia. La magistratura, dopo averlo accusato di aver ricevuto “mazzette” per un valore complessivo di 150 mila dollari dal finanziere statunitense Morris Talansky ora gli contesta anche la gestione “allegra” di fondi pubblici quando era, prima, sindaco di Gerusalemme e poi, ministro dell’industria.
Due debolezze. Secondo la tesi di Khatib, quindi Olmert punterebbe al processo di pace come unica speranza di sopravvivenza politica. Come fa anche il leader palestinese Abu Mazen. E non perché ci siano inchieste penali aperte su di lui, ma perché è quella l’unica strada per recuperare consenso tra la sua gente, delusa dalle promesse mancate di Israele, dilaniata dalla guerra civile con Hamas, sconfortata dalla difficile situazione economica. “La politica di Abu Mazen è basata solo sul processo di pace. Ci deve credere ad ogni costo, nonostante è stato lui stesso a criticare, pochi giorni prima dell’incontro con Olmert, la tattica dilatatoria israeliana. Per questo, lui ha chiesto l’intervento degli Usa e dell’Europa”. Una politica che, secondo Ghassan Khatib, è destinata a fallire. La somma della debolezza del premier di Gerusalemme e del presidente di Ramallah “purtroppo, sarà un disastro per la pace”. Per l’ex ministro palestinese, infatti, il leader di Kadima andrà incontro alla sfiducia alla Knesset. “Il prossimo anno si voterà in Israele e, credo, vinceranno le formazioni più estremiste”. Come conseguenza ci sarà una recrudescenza delle posizioni più radicali anche in campo palestinese, con un nuovo confronto tra Al Fatah e Hamas, che porterà ad un ulteriore indebolimento di Abu Mazen. In questo scenario, il sogno della nascita di uno Stato Palestinese, secondo il politologo di Bir Zeit, si allontana. “Purtroppo credo che la speranza di vederlo fondato entro pochi anni, sia vana.” Il pessimismo di Khatib è molto diffuso tra i palestinesi. Ma anche tra gli israeliani che volevano un accordo con la controparte. Nonostante i sorrisi di Olmert e Abu Mazen, il futuro del Medioriente dovrebbe essere negli artigli dei falchi e non sulle ali delle colombe.
Fonte: Panorama In tutta questa euforia per le rinnovate speranze di pace (almeno a parole) dei due leaders c'è da registrare una sola nota dolente. I capi di Stato presenti, in occasione dell'incontro dell'UPM, si sono succeduti in conferenza stampa: al momento in cui la parola spettava al premier israeliano Olmert Abu Mazen e Assad si sono alzati e se ne sono andati. Vediamo di capirne di più con questo articolo dell'APCOM citato dal sito Alice News. Euromed; Assad e Abu Mazen 'offuscano' trionfo di Sarkozy Al via Upm tra speranze di pace e appelli all'amore dall'Eliseo  Bruxelles, 14 lug. (Apcom) - Per il presidente della Francia e dell'Unione europea il varo dell'Unione per il Mediterraneo (Upm) al vertice di Parigi è "un sogno diventato realtà". Ma i presidenti di Siria e dell'Autorità palestinese, Bashar al-Assad e Abu Mazen, gli rovinano la festa, alzandosi nel momento in cui al tavolo dei 43 Paesi partecipanti è intervenuto il primo ministro israeliano Ehud Olmert. Un incidente - negato da Sarkozy ma confermato a mezza bocca dall'altro sponsor dell'Upm, l'egiziano Hosni Mubarak - che incrina il clima di fiducia ispirato dagli incontri ospitati da Sarkozy a margine del summit, tra Libano e Siria, e ieri tra Olmert e Abu Mazen.
La notizia sull'assenza di Assad è stata lanciata da fonti diplomatiche israeliane. In conferenza stampa, Mubarak nicchia sull'argomento, cercando goffamente di minimizzare. Prima riferendo che neanche Abu Mazen era presente, e poi con una battuta: "se uno non ascolta il discorso, può sempre leggersi il testo dopo". Sarkozy, invece, ha negato tutto: "Assad è stato presente tutto il pomeriggio. Non so chi l'abbia detto", ha tagliato corto, arrabbiandosi poi con una giornalista che ha 'osato' sottolineare l'assenza al summit del re del Marocco, Mohammed IV.
In mattinata, il clima era diverso. "Penso che non siamo mai stati così vicini alla possibilità di un accordo come oggi", ha dichiarato Olmert dopo essere stato ricevuto all'Eliseo insieme ad Abu Mazen. Il premier israeliano ha annunciato anche la possibilità di avviare "molto presto" un contatto diretto con la Siria, superando la mediazione indiretta condotta al momento dalla Siria. Assad ha risposto tramite un'intervista ad Al Jazeera, confermando l'obiettivo di "relazioni normali" con Gerusalemme. Mentre Sarkozy, secondo fonti dell'Eliseo, ha promesso di impegnarsi tramite la Siria per arrivare alla liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, rapito da Hamas nel giugno 2006.
Il vertice si è comunque concluso con l'approvazione di una dichiarazione in cui si delineano i tratti essenziali della nuova iniziativa - da rendere pienamente operativa entro fine anno - e un impegno per la non-proliferazione nucleare in Medio Oriente, sottoscritta anche da Israele. L'Upm avrà una co-presidenza, retta da Sarkozy da parte europea e da Mubarak a nome della sponda sud del Mediterraneo. A novembre si terrà una riunione a livello dei ministri degli Esteri, che deciderà sulla sede del segretariato e la sua composizione.
Alv/Aqu/Mar Fonte: Alice News Il premier francese Nicolas Sarkozy auspicava anche in una stretta di mano tra Olmert e Assad. Purtroppo però questa non c'è stata. Ecco le motivazioni del presidente siriano in quest'altro flash dell'agenzia APCOM. M.O./ DA ASSAD NESSUN GESTO DI BUONA VOLONTA' VERSO OLMERT Roma, 14 lug. (Apcom) - Il presidente siriano Bashar al Assad è consapevole di essere in una posizione di forza nel negoziato con Israele, e non intende in questo momento fare alcun gesto di "buona volontà" verso il premier israeliano Ehud Olmert, la cui posizione è invece molto debole a causa dei guai giudiziari che gli sono piombati sulla testa nelle ultime settimane. Lo ha riferito una fonte siriana al quotidiano israeliano "Haaretz".
"I colloqui indiretti (tra Israele e Siria) andranno avanti fino a quando non ci sarà un partner americano", ha detto la fonte. "Assad, in questa fase, non farà alcun gesto di buona volontà verso il premier israeliano, neanche una stretta di mano, perchè non c'è motivo di un gesto di questo tipo nei confronti di un premier debole".
I siriani temono che "un gesto di buona volontà possa essere utilizzato da Olmert per esigenze di politica interna e non per far avanzare il processo di pace con la Siria".
Ieri a Parigi, a margine del vertice dell'Unione per il Mediterraneo, Assad e Olmert hanno svolto un colloquio indiretto attraverso la mediazione del premier turco Recep Tayyp Erdogan. In serata, il presidente siriano, intervistato da France 2, ha detto che la pace con Israele potrà essere raggiunto nel giro di due anni.
Fonte: Alice News
Una motivazione secondo me veramente forzata e priva di senso. Sarebbe stato un piccolo passo verso la pace, invece Assad ha deciso di rinunciare. In ogni caso le accuse di corruzione a carico del premier Olmert rischiano di far perdere credibilità allo Stato ebraico e di penalizzare il processo di pace; aspettiamo le primarie del partito Kadima e speriamo bene.
Leggiamo, per finire, le previsioni di Assad circa le conseguenze di un eventuale attacco israeliano all'Iran in questo articolo tratto da Panorama. Assad: “Un attacco all’Iran? Israele ne pagherebbe le conseguenze”  Il presidente siriano Bashar El Assad e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad A Parigi al vertice dell’Unione Mediterranea, ambiziosa creatura di Sarkozy, c’è un convitato di pietra: l’Iran. Impossibile non fare i conti con Ahmadinejad quando si tratta di arrivare a trovare una soluzione negoziata in Medio oriente. L’ha fatto capire oggi Bashar El Assad, il presidente siriano, uno dei personaggi chiave del vertice, impegnato da tempo in una trattativa assai complicata - con la mediazione di Ankara - volta a trovare un accordo sui territori contesi con Israele: “Un eventuale attacco militare alle infrastrutture nucleari iraniane” ha avvertito il numero uno di Damasco “avrebbe gravi conseguenze per gli stessi Stati Uniti, per Israele e per il modo intero”. “Lo Stato ebraico”, ha aggiunto, “pagherebbe direttamente il prezzo di questa guerra”.
La Siria è ancora considerata uno “stato canaglia” dagli Stati Uniti per il suo sostegno a gruppi terroristici in Libano e Iraq, ma Sarkozy ha invitato comunque Assad per il suo ruolo chiave nella regione. Ieri, pur evitando in modo evidente di incrociarsi con Olmert, il leader siriano ha espresso in un’intervista ad Al Jazeera la sua volontà di arrivare a relazioni “normali” con Israele e in un altro colloquio con i giornalisti di France 2 ha detto che “firmare un accordo di pace con Tel Aviv è una questione che richiede sei mesi, due anni al massimo, se le due parti sono serie e mantengono conversazioni dirette”. Aperture a tutto campo anche verso il Libano, dove la Siria è considerato uno dei principali sponsor di Hezbollah: sabato Assad ha incontrato l’uomo forte di Beirut, Michel Slemaine, al Ritz. “Un progresso storico” ha subito definito l’incontro Sarkozy, “la volontà del presidente Assad di aprire una rappresentanza diplomatica in Libano”.
Bashar El Assad, insomma, con l’invito al vertice euromediterraneo di Parigi ha riconquistato un ruolo riconosciuto e visibile nel processo di stabilizzazione del Medio oriente. Eppure il presidente siriano è ben lontano dal voler censurare esplicitamente l’alleato iraniano, che con il suo programma nucleare e le minacce a Israele si è guadagnato l’isolamento internazionale.
Nelle intenzioni di alcuni leader occidentali come Nicolas Sarkozy, la Siria può effettivamente rappresentare il tramite tra l’Europa e Teheran. In una fase di disgelo, però, sarebbero gli Stati Uniti ad assumere il ruolo del convitato di pietra. Da sempre contraria a riconoscere la centralità di Damasco, Washington si trova oggi, dopo le due guerre dei mandati di Bush, schiacciata in una parte che Assad ha definito da “guerrafondaio”. “La logica di quest’amministrazione” ha aggiunto “non è quella nostra, quella di gran parte delle nazioni europee”. Il problema di un attacco, ha concluso in un’intervista a radio France Inter, è che “quando si intraprende un’azione simile in Medio Oriente, non si potrebbero riuscire a gestire le reazioni che potrebbero svilupparsi per anni o per decenni”.
Fonte: Panorama
Iran testa lancio missili a lungo e medio raggio
TEHERAN (Reuters) - L'Iran ha testato oggi nove missili a lungo e medio raggio e ha avvertito gli Stati Uniti e Israele di essere pronto a reagire nel caso in cui fosse attaccato a causa del suo contestato programma nucleare.
Washington, che sostiene che Teheran stia cercando di dotarsi di un arsenale militare atomico, ha detto all'Iran che, se vuole riconquistare la fiducia del mondo, deve sospendere qualsiasi test missilistico.
Fra gli ordigni provati oggi, secondo i media iraniani, sembrerebbe essercene uno in grado di raggiungere Israele e le basi militari statunitensi nella regione.
Gli avvenimenti di oggi hanno smosso i mercati finanziari con il prezzo del petrolio che, poco dopo essere sceso da una cifra record, è tornato ad aumentare di 2 dollari in seguito alla notizia dei test iraniani.
L'ipotesi di un attacco israeliano agli impianti nucleari iraniani, che Teheran sostiene abbiano il solo scopo di produrre energia, è diventata più concreta in seguito ad un'esercitazione fatta il mese scorso da Tel Aviv alla quale avrebbero partecipato oltre 100 aerei da combattimento. Gli Stati Uniti , inoltre, non hanno mai escluso l'opzione militare contro la repubblica islamica nel caso in cui la diplomazia dovesse fallire i tentativi di risolvere la crisi.
"Avvertiamo i nemici che intendono minacciarci con esercitazioni militari e vacue operazioni psicologiche che la nostra mano sarà sempre pronta sul grilletto e i nostri missili sempre pronti ad essere lanciati", ha detto il comandante dell'aviazione delle Guardie rivoluzionarie Hossein Salami, secondo quanto riportato dall'agenzia iraniana Isna.
La televisione iraniana ha mostrato le immagini dei missili che decollavano lasciando dietro una lunga scia di vapore acqueo.
"Gli iraniani dovrebbero trattenersi dal testare altri missili se veramente vogliono guadagnare la fiducia del mondo", ha detto il portavoce della Casa Bianca Gordon Johndroe.
A G8 USA NON MENZIONANO OPZIONE MILITARE
Al termine del G8, però, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto che, durante il summit, gli Stati Uniti non hanno fatto alcun riferimento alla possibilità di un intervento militare contro l'Iran.
"No, nessun accenno a una opzione militare da parte degli Stati Uniti", ha risposto Berlusconi a una domanda in merito durante una conferenza stampa a margine dei lavori del G8. "Quello che si è detto è che Israele non potrà mai accettare un Iran dotato di bomba atomica", ha aggiunto.
Anche il ministro degli Esteri Frattini ha espresso preoccupazione per i test iraniani.
"Il test chiarisce di che cosa stiamo parlando. Sono missili molto pericolosi, ecco perché tutta la comunità internazionale e non solo Israele ha interesse a bloccare questa escalation in modo definitivo", ha detto Frattini dopo aver incontrato funzionari del governo israeliano durante una visita in Medio Oriente.
Intanto, il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha approfittato della situazione per giustificare il progetto dell'amministrazione Bush di costruire uno scudo di difesa anti-missili nei paesi dell'Europa orientale, progetto a cui la Russia si oppone fermamente.
"Quelli che dicono che non esiste alcuna minaccia iraniana contro cui costruire una difesa anti-missili forse dovrebbero discutere con gli iraniani ... del raggio di azione dei missili che hanno testato oggi", ha detto Rice dalla Bulgaria.
La Russia, che fino ad ora si è opposta all'idea di imporre sanzioni contro l'Iran, sostiene di essere comunque molto preoccupata del programma nucleare di Teheran.
Il gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu, insieme alla Germania, hanno offerto un pacchetto di incentivi economici all'Iran per convincerlo ad abbandonare le attività di arricchimento di uranio, che più si prestano ad essere utilizzate per convertire un programma civile a scopi nucleare.
09/07/2008 Fonte: Reuters
Guardate attentamente la foto in cima a questo intervento: sembra che sia stata ritoccata per aggiungere uno o due missili in più. Insomma, Ahmadinejad intende far credere di poter disporre di una forza militare maggiore delle sue reali possibilità. Leggiamo questo articolo del TGCom.
Iran, ritoccata la foto dei missili Il quarto razzo sarebbe stato aggiunto
L'Iran ha mostrato al mondo la foto ritoccata del lancio di quattro razzi: nello scatto originale erano tre, il quarto è stato aggiunto. Lo scatto, pubblicato dalla pagina web d'informazione dei Guardiani della rivoluzione, mostra i missili che si alzano in volo, da una non precisata località nel deserto iraniano, lasciando una scia e nuvole di fumo. Ma gli esperti di fotografia sentenziano: "E' un falso opera di fotoritocco".
Secondo quanto riportato dal canale televisivo iraniano in arabo, Al-Alam, la foto era destinata ad illustrare il lancio da parte dei Pasdaran di un totale di nove missili, dei quali uno, lo Shahab 3, capace di raggiungere Israele.
Ma alcuni professionisti della fotografia hanno espresso forti dubbi sull'autenticita' dell'istantanea e in particolar modo sull'effettiva presenza di un missile, il secondo a partire da destra. "E' una foto ritoccata. Si vede subito che il missile è stato duplicato", ha affermato Gerard Issert, tecnico del trattamento dell'immagine ai laboratori Granon, uno dei più conosciuti a Parigi.
Gregoire Korganow, fotografo del quotidiano francese Liberation dal 1993 al 2002, si è detto "sicuro che la foto è stata rielaborata, le due linee di fumo sono in realtà l'una la riproduzione dell'altra". "E' un falso, si vedono gli stessi dettagli. Ci può essere stato il lancio di uno, due missili, ma sicuramente non di quattro", aggiunge un altro fotografo, Thierry Cohen, che ha lavorato per il quotidiano francese Le Monde 2.
Ban Ki-moon: "L'Iran sia responsabile" Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon invita il governo iraniano a comportarsi "da membro responsabile delle Nazioni Unite". Lo ha detto commentando gli ultimi test missilistici del Paese asiatico. Ban Ki-moon ha ricordato poi che "Teheran deve rispettare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, che ha votato una serie di sanzioni internazionali".
Fonte: TGCom
Questo video illustra come sono state taroccate le foto.
Ahmadinejad evidentemente teme l'attacco occidentale e per questo cerca di incutere timore a USA e Israele con foto false per farli desistere. In ogni caso c'è ben poco di che fidarsi: già avevo spiegato qui i motivi, ora aggiungiamoci anche queste provocazioni.
M.O.: UN PALESTINESE UCCISO A GAZA, PRIMA VITTIMA DALL'ACCORDO DI TREGUA

(ASCA-AFP) - Gaza City, 10 lug - Le truppe isareliane hanno sparato e ucciso un palestinese lungo il confine con la Striscia di Gaza: si tratta della prima vittima dall'entrata in vigore della fragile tregua tra Israele e Hamas accordata tre settimane fa.
''Alle tre di notte circa l'esercito ha identificato una persona sospetta mentre stava oltrepassando la frontiera tra Gaza e Israele, vicino a Kissufim. Le forze di sicurezza gli hanno intimitato lo stop sparando alcuni colpi di avvertimento in aria. L'uomo non si e' fermato e i soldati gli hanno sparato, uccidendolo'', ha detto il portavoce dell'esercito israeliano all'Afp.
''Quando i militari si sono avvicinati al corpo del palestinese hanno visto che era disarmato'', ha aggiunto il portavoce spiegando che piu' volte in questa area i militanti palestinesi hanno tentato di collocare delle bombe nella zona di frontiera.
red/cam/alf Fonte: ASCA
Sono pronto a scommettere che Hamas rinfaccerà questo omicidio ad Israele per i prossimi due mesi. Nonostante la persona uccisa stesse oltrepassando la frontiera senza permesso violando le regole (anche se comunque pure i soldati israeliani si potevano pure risparmiare di ucciderlo essendo il malcapitato disarmato); nonostante Israele abbia nei giorni scorsi aperto i valichi (vedere qui) ignorando i continui lanci di razzi palestinesi (vedere qui).
Insomma, spero nella buona volontà anche da parte di Hamas di continuare la tregua nonostante tutto. M.O.: ISRAELE RIAPRE VALICHI CON STRISCIA DI GAZA Gaza, 6 lug. - (Adnkronos/Dpa) - Israele oggi ha riaperto i valichi con la Striscia di Gaza ad Eres, Sufa e Nachal Oza, chiusi da tre giorni. Secondo quanto rendo noto fondi di Hamas, rimane al momento chiuso solo il valico di Karni. La chiusura era stata ordinata giovedi' notte dopo che miliziani palestinesi avevano ripreso il lancio di missili Qassam contro le zone israeliane di confine. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha ordinato la scorsa notte la riapertura dei valichi. Secondo gli israeliani vi sono stati sei attacchi con missili Qassam da Gaza da quando e' entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso 19 giugno.
06-LUG-08 11:11 Fonte: Il Tempo Ma nonostante ciò proprio oggi si apprende che il portavoce di Hamas Fawzi Barhoum, in un'intervista al canale InfoLiveTV, ha dichiarato che la tregua con Israele è finita.
Non è possibile integrare il video del servizio in questa pagina, per vederlo cliccate qui.
La vera pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente
Probabilmente Israele è il meno efficiente artefice di “pulizia etnica” della storia dell’umanità, nonostante quel che dice la propaganda avversaria.
Nel 1947 vivevano nella Palestina sotto Mandato Britannico circa 740.000 arabi palestinesi. Oggi gli arabi che vivono in Cisgiordania e striscia di Gaza più gli arabi che sono cittadini israeliani ammontano a più di cinque milioni (in tutto, nel mondo,sono più di nove milioni le persone che si definiscono palestinesi). Da un semplice calcolo emerge che il tasso di crescita della popolazione palestinese è stato quasi il doppio di quello in Africa e in Asia in un analogo lasso di tempo.
Il croato Drazen Petrovic definiva la “pulizia etnica” come “una ben precisa politica di un particolare gruppo di persone intesa ad eliminare sistematicamente la presenza di un altro gruppo da un dato territorio”. Sulla base di questa definizione, il lungo conflitto arabo-israeliano ha visto la realizzazione di una sola, vera pulizia etnica: quella degli ebrei che vivevano da secoli in Asia e nord Africa. Mentre, prima del 1948, c’erano quasi 900.000 ebrei che vivevano in terre a maggioranza araba, nel 2001 ne rimanevano non più di 6.500.
Coloro che sostengono che Israele avrebbe perpetrato una pulizia etnica a danno degli arabi non sono in grado di citare una sola ordinanza o disposizione in questo senso. La pulizia etnica degli ebrei dalle terre arabe, invece, fu una politica ufficiale di stato. Gli ebrei vennero ufficialmente espulsi da molte regioni del mondo arabo. La Lega Araba diffuse una dichiarazione con cui raccomandava ai governi arabi di promuovere l’uscita degli ebrei dai paesi arabi, risoluzione che venne attuata attraverso tutta una serie di misure punitive e di ordinanze discriminatorie che resero impossibile la permanenza degli ebrei nelle terre dove erano nati.
Il 16 maggio 1948 il New York Times registrava una serie di misure prese dalla Lega Araba allo scopo di emarginare e perseguitare gli ebrei cittadini degli stati membri. Riportava fra l’altro il testo di una legge “redatta dal Comitato politico della Lega Araba”, volta a governare lo status legale degli abitanti ebrei nei paesi della Lega Araba. Essa disponeva che, a partire da una data specifica, tutti gli ebrei – ad eccezione di quelli che non fossero cittadini di un paese arabo – venissero considerati “membri della minoranza ebraica di Palestina”. I loro conti bancari sarebbero stati congelati e usati per finanziare la resistenza contro “i piani sionisti in Palestina”. Gli ebrei ritenuti sionisti attivi sarebbero stati internati e i loro beni confiscati.
Nel 1951 il governo iracheno approvò una legge che rendeva reato l’affiliazione al sionismo e ordinava “l’espulsione degli ebrei che si rifiutano di firmare una dichiarazione contro il sionismo”. Il che contribuì a spingere fuori decine di migliaia di ebrei che vivevano in Iraq, mentre la gran parte delle loro proprietà veniva confiscata dallo stato.
Nel 1967 molti ebrei egiziani vennero internati e torturati, le case ebraiche confiscate. Quello stesso anno in Libia il governo “sollecitava gli ebrei a lasciare temporaneamente il paese” permettendo a ciascuno di loro di portare con sé una sola valigia e l’equivalente di 50 dollari.
Nel 1970 il governo libico promulgò nuove leggi per la confisca di tutti i beni degli ebrei libici, emettendo al loro posto obbligazioni con scadenza a 15 anni. Ma quando i buoni maturarono, non venne pagato nessun rimborso. Il leader libico Muammar Gheddafi si giustificò dicendo che “lo schierarsi degli ebrei con Israele, nemico delle nazioni arabe, li priva del diritto al rimborso”.
Non sono che pochi esempi di ciò che divenne una politica comune un po’ in tutto il mondo arabo, per non menzionare i pogrom e le aggressioni contro ebrei ed istituzioni ebraiche che giocarono un ruolo decisivo nell’esodo degli ebrei da quei paesi.
Anche le sofferenze sul piano economico delle due popolazioni di profughi (ebrei dai paesi arabi e arabi di Palestina) non furono eguali. Secondo una ricerca pubblicata di recente – "The Palestinian Refugee Issue: Rhetoric vs. Reality" dell’economista Sidney Zabludoff, già consigliere della Cia, della Casa Bianca e del Tesoro americano (in Jewish Political Studies Review, aprile 2008) – il valore dei beni perduti dalle due popolazioni di profughi è straordinariamente diseguale. Utilizzando i dati di John Measham Berncastle, che nei primi anni ’50, sotto l’egida dell’allora appena costituita Commissione Onu per la Conciliazione in Palestina (UNCCP), si assunse il compito di stimare i beni dei profughi palestinesi, Zabludoff calcola che quei beni ammontavano a 3,9 miliardi di dollari in valuta attuale. I profughi ebrei, essendo maggiori di numero e più urbanizzati, erano proprietari di un patrimonio complessivo pari almeno al doppio di quella cifra.
Inoltre bisogna tener conto del fatto che Israele, nel corso degli anni ’50, ha restituito più del 90% di conti bancari bloccati, cassette di sicurezza e altri beni appartenenti a profughi palestinesi, il che diminuisce in modo significativo la somma calcolata dalla UNCCP. Questi fatti vengono accortamente dimenticati e non pubblicizzati, permettendo a denigratori di Israele come il professor Ilan Pappe (prima all’Università di Haifa, ora in quella di Exeter) di non menzionare neanche di sfuggita la vera, grande pulizia etnica perpetrata in Medio Oriente.
Di recente, però, alcuni eventi stanno gettando nuova luce sulla percezione di questa storia che ha la comunità internazionale. Lo scorso primo aprile il Congresso degli Stati Uniti ha adottato la risoluzione 185 che per la prima volta riconosce il caso dei profughi ebrei dai paesi arabi, ed esorta il presidente e gli altri rappresentanti americani che prendono parte a colloqui in Medio Oriente ad assicurarsi che ogni riferimento ai profughi palestinese “sia accompagnato da un analogo, esplicito riferimento alla soluzione della questione dei profughi ebrei dai paesi arabi”.
Altrettanto importante, il 24 giugno ha avuto luogo alla Camera dei Lord la prima audizione mai avvenuta nel parlamento britannico sul tema dei profughi ebrei dai paesi arabi, convocata dal parlamentare laburista John Mann e da Lord Anderson di Swansea, e organizzata dall’associazione Justice for Jews from Arab Countries (JJAC) insieme al Board of Deputies of British Jews. Una maggiore conoscenza della questione dei profughi e della pulizia etnica degli ebrei dal mondo arabo in generale offrirà una conoscenza più chiara e completa della storia della regione a un gran numero di persone. Non si può affermare che un popolo ha subito una “pulizia etnica” da una zona in cui è aumentato di numero a un tasso doppio di quello dei suoi vicini geografici. Viceversa, un popolo che ha visto ridotto il suo numero in una certa zona di 150 volte nel corso di pochi decenni può sostenere a buon diritto di aver subito una pulizia etnica.
(Da: Jerusalem Post, 24.07.08) Tratto da Israele.net
Il presidente Iraniano Mahmud Ahmadinejad ha più volte dichiarato senza troppi giri di parole che "Israele scomparirà presto dalle carte geografiche". L'ultima volta, nel momento in cui scrivo questo intervento, è stato in occasione del vertice FAO a Roma. Leggiamo questo articolo datato 2 giugno 2008 incentrandoci sulle parti da me sottolineate.
Ahmadinejad: "Israele scomparirà" Nucleare, la Germania esclude l'Italia

Teheran - A poche ore dal suo arrivo a Roma per il vertice della Fao, a margine del quale non è riuscito a ottenere alcun incontro nè con le autorità italiane nè in Vaticano a causa delle sue incendiarie dichiarazioni contro Israele, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è tornato a pronosticare "la sparizione" dello Stato ebraico dalla carta geografica e la prossima distruzione della "potenza satanica" statunitense.
L'ultimatum di Ahmadinejad "Il regime sionista criminale e terrorista, che ha una storia di 60 anni di saccheggi, aggressioni e crimini - ha affermato Ahmadinejad, citato dall’agenzia Irna - è alla fine e verrà presto cancellato dalle carte geografiche". Ahmadinejad parlava agli ospiti stranieri arrivati a Teheran per assistere, domani, alle cerimonie per il 19/o anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, ayatollah Khomeini. Il presidente iraniano nello stesso discorso ha profetizzato anche la fine della potenza americana. "Il tempo delle potenze tiranniche è finito - ha detto Ahmadinejad - e con la vigilanza e la solidarietà tra i popoli, gli Usa e tutte le potenze sataniche se ne andranno e la giustizia arriverà".
I negoziati sul nucleare Il governo tedesco frena sull’ipotesi di un ingresso dell’Italia nel "5+1", il gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania, che conduce i negoziati sul nucleare iraniano. Il formato del 5+1, che già include tre Paesi europei (Francia, Gran Bretagna e Germania) "ha dato buoni risultati" e il governo federale non prenderà in considerazione una sua modifica, ha detto un portavoce del ministero degli Esteri tedesco nel corso di una conferenza stampa a Berlino. Ogni singolo passo deciso all’interno del 5+1 viene concordato all’interno della Ue, ha aggiunto dal canto suo il portavoce dell’esecutivo federale, Ulrich Wilhelm.
La replica della Farnesina "Siamo convinti - hanno replicato dalla Farnesina - che l’ Italia può apportare un contributo importante nell’evoluzione del negoziato". Nessun commento ufficiale, ma fonti diplomatiche, interpellate per una reazione, osservano che "non si può non registrare un crescente consenso nella comunità internazionale per un ruolo più attivo dell’ Italia nei negoziati con l’Iran, come emerso anche dal recente colloquio del ministro Frattini con il Segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice". "L’Italia, peraltro, è già presente - proseguono le fonti - in fori tecnici ad alto livello dove si discute della posizione dei maggiori attori della comunità internazionale sul programma nucleare iraniano". "Siamo convinti - si sottolinea negli stessi ambienti diplomatici - che l’Italia può apportare un contributo importante nell’ evoluzione del negoziato". Inoltre le fonti ricordano che l’Italia, in quanto membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il biennio 2007-2008 e come uno dei principali membri dell’Unione Europea, partecipa attivamente, nel quadro della posizione comune dell’Ue e del convinto sostegno assicurato all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune Javier Solana, all’esercizio in corso in relazione al programma nucleare iraniano, sia nell’ ottica dell’applicazione delle sanzioni che in quella dell’offerta all’Iran di un pacchetto negoziale più ampio ed articolato.
Fonte: Il Giornale
Questo genere di dichiarazioni ha colpito il mondo intero: io personalmente quando le ho sentite la prima volta ho pensato "ma questo è un pazzo". Se consideriamo inoltre che il presidente iraniano non ha mai fatto mistero sui suoi propositi di dotare il suo paese dell'energia nucleare (a scopi civili lui dice) e, come se non bastasse, per delegittimare ulteriormente Israele è arrivato persino a negare la veridicità della Shoah (promuovendo addirittura una conferenza con negazionisti e pseudo-storici di tutto il mondo nel suo paese) è palese che queste parole siano una grave minaccia per l'esistenza dello Stato ebraico. Per molti però non è così.
Sul forum che frequento più assiduamente, Metaforum.it, ho letto utenti affermare che Ahmadinejad, con le sue dichiarazioni, in realtà non auspica la fine di Israele come conseguenza di una guerra o un attacco nucleare bensì la sua estinzione, la sua fine "naturale". Secondo questa opinione diffusa nel forum, quando il presidente iraniano ha dichiarato "Israele scomparirà presto" (Israele inteso come "Stato ebraico") intendeva dire che scomparirà naturalmente lo Stato degli ebrei per far posto ad un altro in cui tutte le religioni sono completamente alla pari. Perché uno Stato come quello di Israele, ebraico per antonomasia, non può avere futuro in quanto non democratico: uno Stato o è ebraico o è democratico, i due aspetti sono inconciliabili. Dunque sarà il lento processo democraticizzante e il naturale corso degli eventi a farlo scomparire. A contribuire alla sparizione dello Stato ebraico inoltre sarà il più basso tasso di natalità degli ebrei rispetto a quello degli arabi residenti in Israele.
Questa è l'interpretazione data da alcuni forumnisti di Metaforum alle parole di Ahmadinejad e alla situazione demografica israeliana: francamente io ho seri dubbi a riguardo. Innanzitutto da un dittatore sanguinario come lui (che fa impiccare i gay e anche i minori che commettono reati) non mi aspetto lezioni di democrazia: dubito che voglia che in Israele si instauri la democrazia (ammettendo che Israele non sia democratico, cosa, a mio parere, completamente falsa dato che la libertà di culto è garantita per tutti e anche gli arabi israeliani hanno posto in Parlamento e godono di diritto di voto) quando lui stesso è dittatore di un paese in cui l'integralismo islamico la fa da padrone.
E poi soprattutto, se veramente il suo fosse un auspicio, mi duole deludere le sue aspettative ma Israele è in piena salute e a dimostrarlo sono i numeri: la popolazione nel 2008, stando ai dati del CIA World Factbook*, ammonta a 7.112.359 persone (contro le 6.426.679 del 2007); di queste 5,5 milioni circa sarebbero ebrei e 300 mila imparentati (o presunti tali) con ebrei immigrati grazie alla discussa legge sul ritorno**. In parte questo aumento deriva dall'immigrazione, in parte dal tasso di natalità (cresciuto dal 17,71% del 2007 al 20,02%*) rapportato al tasso di mortalità (diminuito dal 6,17% del 2007 al 5,41% del 2008*). Nell'anno della fondazione (1948) gli ebrei nel territorio erano solo 650 mila: dunque in 60 anni il loro numero si è moltiplicato di quasi otto volte**.
Per quanto riguarda la natalità degli arabi più elevata di quella ebraica a mio parere non ci troviamo di fronte a numeri così clamorosi. Il seguente grafico illustra la percentuale degli ebrei in Israele rapportata a quella degli arabi negli anni.
  NOTE A partire dal 1967 la popolazione include gli abitanti di Gerusalemme Est e gli insediamenti ebraici di Gaza e West Bank. A partire dal 1982 la popolazione include i residenti delle Alture del Golan. A partire dal 1995 l'ICBS definisce "arabi" un gruppo che comprende musulmani, arabi cristiani e drusi. A partire dal 2000 l'ICBS include 2700 libanesi non classificati per religione.
Fonte: ICBS (Israel Central Bureau of Statistics) citato dal sito israelipalestinian.procon.org
Secondo questi dati dal 1948, in cui gli ebrei costituivano l'86,4% della popolazione totale di Israele, si è scesi nel tempo, fino ad arrivare al 2006, fino al 79,2% (considerando che il resto è da spartirsi tra musulmani, arabi cristiani e drusi). Insomma, a fronte di un aumento della popolazione totale di quasi otto volte rispetto all'anno di fondazione, dopo 58 anni (nel 2006) si registra un aumento di percentuale araba pari al 7%.
E questi sarebbero numeri da Stato in via di estinzione? Si può dunque definire previsione realista quella di Ahmadinejad quando afferma che "Israele sparirà presto"? Direi proprio di no! Bomba atomica permettendo ovviamente. Forse si tratta di un suo auspicio personale. O no?
Sarebbe lecito pensare veramente ad un auspicio di Ahmadinejad se avesse fatto dichiarazioni del tipo "mi auguro che Israele scompaia presto"; ma dal momento in cui ha più volte ribadito spavaldamente che "Israele scomparirà presto" (senza augurarselo, dandolo dunque per certo) viene da chiedersi chi gli dà questa sicurezza alla luce delle cifre che ho riportato qui sopra (di cui dubito che non sia a conoscenza). Ancora non sono riuscito a capirlo... a meno che non voglia intervenire lui direttamente per dare una "scossa" alla presenza ebraica in Israele. Altrimenti non vedo alternative.
Potremmo anche trovarci di fronte ad una persona che fa tanto il vocione alto ma che poi alla fine non combinerà niente di particolare. Tipo Mussolini insomma. Personalmente lo spero vivamente, ma fossi in Israele non abbasserei la guardia, non si può mai sapere con chi si ha a che fare! Perché se invece si rivelasse il nuovo Hitler sarebbero guai seri...
* Fonte: Cia World Factbook (citato da IndexMundi.com) ** Dati forniti dal prof. Sergio Della Pergola dell'Avraham Harman Institute of Contemporary Jewry dell'Università di Gerusalemme (citato da Israele.net). *** Fonte: Report of UNSCOP - 1947 (Citato da Wikipedia Italia)
Sono sempre più insistenti le voci secondo cui Israele starebbe preparando un attacco contro le basi nucleari iraniane: sarà vero? Ecco l'opinione di un esperto ripresa da Adnkronos.
''Gli Usa non parteciperebbero ma darebbero appoggio laterale a Tel Aviv''
Iran, l'esperto: ''Israele attaccherà quanto prima''
Arduino Paniccia, docente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Trieste e consulente di strategie militari: ''Un'azione dimostrativa e non di forza nei confronti di Teheran''
Roma, 2 lug. (Ign) - "E' una questione molto delicata, ma dopo il mio recente viaggio in Israele e Medio Oriente mi sento di azzardare un'ipotesi: le notizie di un attacco contro l'Iran hanno un certo fondamento". Lo rivela a Ign, testata on line del Gruppo Adnkronos, Arduino Paniccia, docente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Trieste, uno dei massimi esperti italiani di strategie diplomatiche e militari. Per Paniccia, che ha commentato la notizia diffusa in questi giorni dal network americano Abc secondo la quale Israele potrebbe sferrare un attacco militare contro le centrali nucleari dell'Iran entro l'anno, "l'attacco che il governo di Tel Aviv compirà molto presto, sarà un'azione dimostrativa e non di forza nei confronti di Teheran". Un attacco preventivo, "leggero" ed unilaterale, che prenderebbe le mosse da un rapporto riservato in possesso delle intelligence israeliane, americane e inglesi.
"Questo documento -continua Paniccia- proverebbe che il programma nucleare iraniano" - che ha subito una forte accelerazione nel corso di quest'anno- "verrà terminato molto presto, entro la fine del 2009". A questo si aggiunga che, ''secondo altre indiscrezioni, i comandi militari di Iran e Siria saranno affiancati a breve sotto un unico organismo". Minacce troppo forti per Olmert che, se aggiunte alle prossime elezioni americane, che potrebbero modificare gli attuali scenari diplomatici e geopolitici in medioriente, aumenterebbero la probabilità di un'azione militare. Secondo l'esperto ''Israele potrebbe sferrare un'incursione aerea su pochi obiettivi dimostrativi entro la fine dell'estate'', con un effetto non di annientamento, ma di dimostrazione. "Vogliono far capire che Israele è in grado di colpire: pochi target, non in superfice, ma in profondità''. Un'incursione rapida, capillare e di precisione come quella dell'anno scorso contro la Siria.
E' difficile stabilire quali scenari si aprirebbero in caso di un bombardamento contro l'Iran. Secondo il docente, se l'attacco resterà solo dimostrativo, "non si aprirà una crisi internazionale troppo aspra". Non sarà dunque una "catastrofe planetaria" come molti, da entrambe le parti, sostengono: ''la marina iraniana è troppo debole per attuare delle significative azioni di rivalsa''.
E la ricaduta sui prezzi del petrolio? ''L'oro nero subirebbe una temporanea impennata sui mercati -spiega- per poi ridimensionarsi dopo una ventina di giorni e scendere addirittura al di sotto delle quotazioni raggiunte in questi giorni. Solo un quarto dei rifornimenti di greggio passa attraverso lo stretto di Hormuz e i contraccolpi non sarebbero significativi per il mercato internazionale".
Quale sarebbe il ruolo degli Stati Uniti? "Il 70-80% della classe politica americana -prosegue Paniccia- non desidera un intervento diretto contro l'Iran, ma ne è preoccupata". Washington, secondo il docente, non lascerebbe mai solo il suo storico alleato. Un coinvolgimento diretto è impensabile, visti anche i risvolti drammatici del conflitto in Iraq, "ma è probabile -conclude- che gli Usa mettano comunque a disposizione di Israele le basi militari, fornendo assistenza e sostegno laterale alle operazioni di Tel Aviv".
Fonte: Adnkronos
C'è anche chi crede che invece sarà l'Iran a sferrare per primo l'attacco nei confronti di Israele. Vediamo di capirne di più in questo articolo tratto dal sito de Il Tempo.
IRAN: AMMIRAGLIO USA, POTREBBE COLPIRE ISRAELE E STATI UNITI Washington, 4 lug. - (Adnkronos) - L'Iran potrebbe lanciare un attacco con missili balistici contro Israele e gli Stati Uniti e la Nato dovrebbe prepararsi in vista di questa eventualita'. A lanciare l'allarme e' stato l'ammiraglio americano James Winnefeld, comandante della Sesta flotta nel Mediterraneo, mentre il generale iraniano Mohammad Ali Jafari, comandante delle Guardie rivoluzionarie, ha fatto sapere che Teheran considerera' ogni attacco contro le proprie installazioni nucleari come "l'inizio di una guerra". In un articolo per il mensile dell'Istituto navale americano, l'ammiraglio ha descritto la possibilita' di un attacco con missili balistici spatati dall'Iran "come la piu' plausibile oggi nel mondo e richiede la nostra attenzione immediata nel caso della necessita' di una risposta degli Stati Uniti o della Nato". Secondo Winnefeld, l'Iran e' "un avversario imprevedibile", che potrebbe provocare un'azione partendo da "un evento isolato e che forse potrebbe sembrare non importante".
04/07/2008 Fonte: Il Tempo
Secondo il mio modestissimo parere Israele non sferrerà il primo attacco contro l'Iran. Poi può darsi pure che mi sbagli. Certo è che se lo facesse per lo Stato ebraico non sarebbe sicuramente una guerra facile, anzi. Secondo me farebbe meglio ad evitare, per i suoi stessi interessi: credo che non sarebbe affatto semplice spuntarla, nonostante Tsahal sia uno dei primi eserciti del mondo. L'Iran dispone di un armamentario molto ben fornito e soprattutto il territorio in cui avrebbe luogo la guerra, quello iraniano appunto, è molto ostico.
Ma dal canto suo Israele non può nemmeno ignorare le parole minacciose di Ahmadinejad che più volte ha auspicato la scomparsa dell'"entità sionista" dalla faccia della terra. Se a questo aggiungiamo la sua volontà, mai celata, di dotarsi dell'energia nucleare (a suo dire solo per scopi civili) è normale che si tema un attacco.
Solo il tempo potrà dirci come evolverà la vicenda. Il primo ministro Ehud Olmert ha detto che i due militari rapiti nel 2006 sono sicuramente morti: rientreranno le loro spoglie
Scambio prigionieri con Hezbollah Via libera del governo israeliano

GERUSALEMME - Il governo israeliano ha dato il via libera allo scambio di prigionieri con Hezbollah, anche se nelle mani del Partito di Dio ci sono solo le spoglie di due soldati morti. "Non c'è alcuna possibilità" che i due soldati israeliani destinati ad essere scambiati con gli Hezbollah per alcuni detenuti libanesi siano ancora vivi, ha detto il primo ministro israeliano Ehud Olmert riferendosi a Ehud Goldwasser ed Eldad Regev, i due militari feriti in modo grave e catturati nel luglio del 2006 in un'incursione di Hezbollah in territorio israeliano. Episodio che portò a 34 giorni di guerra in Libano.
"La nostra ipotesi di partenza era che i due soldati fossero ancora vivi (...) Oggi sappiamo con certezza che non c'è alcuna possibilità che sia così - ha affermato Olmert in Consiglio dei ministri - Non abbiamo illusioni, ci sarà tanta tristezza in Israele quanta umiliazione, nel vedere i festeggiamenti che si saranno dall'altra parte".
In cambio dei due militari, Israele ha offerto il rilascio di alcuni miliziani libanesi, tra i quali Samir Kantar, un membro del Fronte per la Liberazione della Palestina che sta scontando 542 anni nelle carceri israeliane per aver ucciso in un attentato nel 1979 due agenti israeliani e un uomo con il figlio di quattro anni.
Secondo la radio dell'esercito israeliano, nell'ambito degli accordi con Hezbollah saranno liberati anche un numero ancora imprecisato di detenuti palestinesi. L'emittente ha precisato che si tratterà probabilmente di una decina di reclusi, che hanno comunque scontato gran parte della pena.
(29 giugno 2008)
Il servizio del TG La7
Solo ieri è arrivata la conferma dell'accordo da parte del leader degli Hezbollah, Nasrallah. Ecco il flash dell'Adnkronos.
LIBANO: NASRALLAH, RAGGIUNTO ACCORDO CON ISRAELE PER SCAMBIO PRIGIONIERI Beirut, 2 lug. - (Adnkronos/Aki) - "Oggi vi annuncio in via ufficiale che e' stato raggiunto un accordo con Israele e c'e' soddisfazione da entrambe le parti per lo scambio di prigionieri: questa e' una vittoria importante per noi": cosi' il leader degli Hezbollah libanesi, Hasan Nasrallah, ha annunciato in diretta televisiva il raggiungimento "con la mediazione dell'Onu e attraverso un negoziatore tedesco'' di una intesa tra Israele e la sua organizzazione per uno scambio di prigionieri, che dovrebbe avvenire intorno alla meta' del mese. "Ora dobbiamo solo aspettare la definizione dei tempi con i quali dovra' avvenire lo scambio - ha aggiunto - Da ora in poi non ci sara' piu' nessun libanese presente nelle carceri israeliane e non avremo piu' dispersi. Il Libano sara' il primo paese ad aver concluso definitivamente la questione dei propri prigionieri in Israele: si tratta di una vittoria nazionale molto grande anche sotto il punto di vista umanitario perche' sara' grande la gioia delle famiglie dei libanesi che ritorneranno in patria". Nasrallah ha inoltre rivendicato la "liberazione di tutta la terra libanese dagli israeliani, eccetto le fattorie di Sheba'a". In base all'accordo i cinque prigionieri libanesi detenuti in Israele, compreso Samir al-Qantar, rientreranno in patria - assieme ai corpi di altri "fratelli" arabi - in cambio dei resti dei soldati israeliani Eldad Regev ed Ehud Goldwasser morti nel 2006 durante l'attacco al Libano. Ai mediatori israeliani, ha annunciato Nasrallah, verranno forniti particolari anche su Ron Arad, il pilota israeliano abbattuto in Libano nel 1986 e sulla cui sorte non si e' piu' saputo nulla.
(Ham/Zn/Adnkronos) 02-LUG-08 18:05
Fonte: Il Tempo
Insomma, dopo due anni la triste verità: i due soldati israeliani rapiti dagli Hezbollah sono morti. Ricordo che la guerra in Libano del 2006 iniziò proprio a causa di questo rapimento oltre che per i razzi con cui i miliziani bersagliavano le città israeliane del nord.
Ora resta da sperare per le sorti di Gilad Shalit, ancora nelle mani di Hamas. Era solo questione di tempo. L'ennesimo tentativo di interrompere la tregua è stato compiuto. Un attentato a Jaffa Street, nel cuore di Gerusalemme, ha provocato morti e feriti.
Ecco il servizio di Renato Coen, corrispondente di Sky TG24 a Gerusalemme.
Di seguito l'articolo comparso oggi sul sito de "Il Corriere della Sera" e le foto del tragico evento.
Si lancia col bulldozer contro bus, ucciso Ha fatto almeno tre vittime e trenta feriti
Panico a Gerusalemme dove un palestinese ha investito un bus e alcune auto, facendoli capovolgere
GERUSALEMME Attacco con modalità inedite a Jaffa Road, una delle vie principali di Gerusalemme. Un palestinese a bordo di un bulldozer si è lanciato, presumibilmente viaggiando contromano, contro un bus e alcune auto che viaggiavano sulla strada facendo capovolgere i veicoli con decine di passeggeri a bordo.
VITTIME - Almeno tre le vittime e 45 i feriti, secondo fonti mediche. Alcuni media locali parlano di quattro-cinque vittime, ma il bilancio è ancora provvisorio. Oltre al conducente del bulldozer, freddato da un militare di passaggio, sono rimasti uccisi altri tre, forse quattro automobilisti israeliani. Secondo una prima ricostruzione, il palestinese è riuscito a impadronirsi del bulldozer che si trovava in uno dei cantieri allestiti per la costruzione di una linea di metropolitana. Sceso ad alta velocità dalla via Sarei Israel è piombato nella via Jaffa dove ha investito numerose automobili, un autobus e passanti sui marciapiedi. Testimoni oculari riferiscono che l'uomo «aveva uno sguardo gelido» anche mentre infliggeva colpi con la grande pala del suo automezzo sul tetto di un'automobile dove, terrorizzata, era prigioniera una israeliana. La donna, dicono testimoni oculari, è rimasta uccisa. Un bambino che era con lei è stato salvato in extremis da uno dei passanti.
L'ATTENTATORE - Secondo fonti citate dalla tv alla guida del bulldozer schiantatosi contro un bus c'era un palestinese residente a Gerusalemme est con carta d'identità israeliana. L'attentatore era armato di pistola.
LA RIVENDICAZIONE - L'attacco è stato rivendicato dall'Unità Imad Mughnieh delle Brigate dei liberatori della Galilea, un gruppo poco conosciuto che a marzo aveva rivendicato l'attentato alla scuola rabbinica di Gerusalemme. Il gruppo aveva accusato lo Stato ebraico di aver organizzato l'attentato di Damasco del 16 febbraio in cui rimase ucciso Mughnieh, capo militare di Hezbollah. La rivendicazione è stata arrivata con una telefonata all'agenzia France Presse.
«LOGICO ATTACCO» - Hamas trova «logico» l'attacco palestinese a Gerusalemme. In una prima dichiarazione all'Ansa Sami Abu Zuhri, un dirigente di Hamas a Gaza, ha precisato di non avere ancora informazioni dirette in merito. Ma ha aggiunto: «Se fosse confermato che si tratta di una operazione condotta dalla resistenza palestinese si tratterebbe della conseguenza logica e naturale per le continue aggressioni e per le violenze condotte da Israele in Cisgiordania, a Gerusalemme e anche a Gaza». Dichiarazioni analoghe sono giunte dal portavoce della Jihad islamica a Gaza.
CORDOGLIO DI BUSH - Al contrario, la prima dichiarazione di cordoglio è stata quella del presidente americano Bush, che ha telefonato al premier israeliano Olmert per esprimergli le condoglianze per «il sanguinoso attacco di Gerusalemme». Cordoglio anche da parte del ministro degli Esteri britannico, David Milliband, che ha parlato di atto «orribile». «Il nostro primo pensiero va alle vittime e ai parenti delle vittime - ha detto -. Il nostro secondo pensiero va ovviamente al processo per la costruzione di una pace in Medio Oriente che sia durevole e percorribile e che abbini la sicurezza di Israele e la giustizia per i palestinesi alla creazione di uno Stato palestinese».
SFONDATO VALICO DI RAFAH - Migliaia di palestinesi intanto hanno preso d'assalto il valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. La polizia egiziana, presa a sassate, ha usato gli idranti per respingere la folla. I palestinesi sperano di potersi recare all'estero dopo mesi in cui è stata mantenuta una totale chiusura. Fonti di Gaza riferiscono che in base ad intese fra Hamas e il governo egiziano oggi dovevano transitare 500 palestinesi, ma solo 50 sono stati ammessi in Egitto. A questo punto la frustrazione popolare si è manifestata con nutriti lanci di sassi contro i soldati egiziani che hanno risposto lanciando sassi a loro volta e ricorrendo ad idranti. Alcune persone sono rimaste contuse, poi la calma è stata ripristinata.
02 luglio 2008
Fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_luglio_02/bulldozer_gerusalemme_27f47994-4818-11dd-b8f1-00144f02aabc.shtml
Le immagini (tratte dal sito Corriere.it)
Possibile che sia stato un arabo israeliano residente a Gerusalemme ad aver compiuto la strage? La rivendicazione, come si legge nell'articolo, è di un gruppo semi-sconosciuto, già protagonista di un'altro atto terroristico in una scuola rabbinica.
Spero che per questa grave vicenda non debbano rimetterci gli arabi onesti residenti in Israele. La cosa più vergognosa, a mio parere, è che Hamas abbia dichiarato: «Se fosse confermato che si tratta di una operazione condotta dalla resistenza palestinese si tratterebbe della conseguenza logica e naturale per le continue aggressioni e per le violenze condotte da Israele in Cisgiordania, a Gerusalemme e anche a Gaza».
Ora parlano di "continue aggressioni", ma se già sin dal 20 giugno hanno cominciato ad incolpare Israele per aver sparato "vicino al confine con la Striscia di Gaza", aggiungendo: «Hamas considera gli occupanti già da ora responsabili per qualsiasi rottura della calma» (trovate l'articolo completo qui, già lo avevo citato nell'intervento dedicato alla tregua).
Insomma, diciamo che quelli di Hamas sono i primi a cercare il minimo pretesto per interrompere la tregua con Israele: strano, eppure è soprattutto ai palestinesi che la pace servirebbe, considerando le gravi condizioni umanitarie che stanno subendo.
Diciamo che la grave situazione in cui si trovano è dovuta soprattutto alla testardaggine di Hamas, che continuando a non riconoscere Israele e il suo diritto all'esistenza, non rende possibile la pacificazione. Fino a quando si potrà andare avanti così?

Certa gente non ha proprio niente da fare nella vita. A tutto verrebbe da pensare, tranne che a rabbini che contestano... i lettori di video mp4!
Ebbene sì, alcuni di questi ultra-religiosi israeliani - che solitamente si fanno notare per la loro meticolosità nel rispettare tutte le regole dettate dalla Torah, per i loro studi estenuanti con cui cercano di estrapolare ogni possibile significato o interpretazione che può celarsi in ogni verso della Bibbia - stavolta hanno una "bella" gatta da pelare: i lettori mp4 sarebbero, a loro dire, «uno strumento con cui il demonio induce la gente al peccato».
Ognuno creda in quello che vuole, ma secondo me quando è troppo è troppo! Soprattutto quando si sfocia in atti vandalici. Leggiamo il seguente articolo, tratto da "La Stampa", per ulteriori chiarimenti.
30/6/2008 (10:37) - RELIGIONE E SCIENZA
Israele, ultraortodossi contro gli Mp4
Denuncia di un'alta corte religiosa. Atti vandalici contro alcuni negozi che vendono gli apparecchi.
GERUSALEMME La comunità ultra-ortodossa di Israele ha dichiarato guerra ai lettori MP4, definendoli «uno strumento con cui il demonio induce la gente al peccato». Come riferisce oggi Ynetnews, il sito del quotidiano Yedioth Ahronoth, la condanna dei piccoli apparecchi tecnologici, con cui è possibile vedere filmati e ascoltare musica, arriva da un’alta corte religiosa, che ha emesso nei giorni scorsi una sentenza con cui intima agli esercenti di non vendere i lettori multimediali.
La presa di posizione ufficiale della comunità ha immediatamente provocato incidenti, con gravi atti vandalici contro due negozi di Gerusalemme. Per molti si è trattato di incidenti annunciati, visto che per giorni un gruppo di una dozzina di studenti ultraortodossi manifestava di fronte a uno dei due negozi per chiedere di porre fine alla vendita degli apparecchi 'incriminati'.
Nella città sono inoltre stati diffusi volantini e manifesti contro gli MP4. In uno si legge: «Una piaga terribile si è abbattuta su di noi, facendo vittime ogni giorno (...). Queste attrezzature peccaminose sono state bandite da tutti i grandi rabbini, ma sono ancora comuni nella comunità Haredi (...). La loro diabolica distribuzione vuole solo portare il popolo di Israele al peccato, attraverso filmati e altri abomini».
Un altro manifesto è firmato dall''Associazione' per la salvezza della gioventù in Terra Santà e informa la popolazione sul bando imposto agli MP4 dai rabbini, precisando che «questo piccolo attrezzo è il modo in cui il demonio cerca di entrare nelle nostre case e nei nostri yeshiva (centri di studi della Torah, ndr), mascherato da qualcosa con cui si possono ascoltare le lezioni sulla Torah». La polizia di Gerusalemme è impegnata in indagini sugli atti vandalici contro i due negozi.
Israele e Hamas hanno raggiunto l'intesa per una tregua a partire dalle ore 6 del giorno 18 giugno 2008. Ecco il flash dell'ANSA.
| 18-06-2008
| 07:30
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| Mo: tregua nella Striscia di Gaza, Israele conferma
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| (ANSA)-GERUSALEMME, 18 GIU -Israele ha accettato l'accordo di tregua con i militanti di Hamas nella Striscia di Gaza a partire dalle 6:00 (le 5 in Italia) di domani. Lo ha detto un funzionario della difesa israeliano oggi. L'Egitto e Hamas avevano annunciato l'accordo ieri ma Israele aveva detto che era prematuro confermare l'accordo. L'ufficiale israeliano della difesa, Amos Gilad e' volato al Cairo durante la notte per mettere gli ultimi ritocchi all'accordo.
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| ANSA |
Vediamo di capirne qualcosa di più con questo interessante articolo di Fausto Biloslavo, tratto da "Il Giornale".
Tregua a Gaza: accordo tra Israele e Hamas
di Fausto Biloslavo
Tregua fra Israele ed Hamas nella striscia di Gaza, salvo sorprese. Gli egiziani che da tempo fanno da mediatori fra i due contendenti giurano che l’accordo è raggiunto. Sami Abi Zuhiri, portavoce di Hamas ha confermato che gli integralisti sono pronti rispettare il patto «dall’ora zero», ovvero dalle 6 del mattino di giovedì. La tregua durerà sei mesi. Gli israeliani sono cauti, ma il loro negoziatore Amos Gilad è volato al Cairo. Il ministro della Difesa Ehud Barak ha dichiarato che «è troppo presto per annunciare la tregua». Più duro il vicepremier Haim Ramon, che si oppone alla tregua definendola «un'altra vittoria del radicalismo islamico». Secondo Ramon il movimento palestinese vuole un accordo «per avere l'opportunità di presentare Gaza come lo stato di Hamas».
La tregua entrerà in vigore se entro giovedì la tensione scenderà, dopo gli ultimi attacchi mirati degli israeliani di ieri contro miltanti palestinesi. Alle 6 del mattino di giovedì scatterà la prima fase di «mutua e simultanea calma». Dopo tre giorni di completa cessazione delle ostilità gli israeliani cominceranno gradualmente a far filtrare beni di prima necessità bloccati dall’embargo. I valichi prescelti sono quelli di Karni e Sufa. Il flusso dovrà raggiungere almeno il 30% del livello precedente al golpe militare di Hamas contro i rivali palestinesi di Fatah dello giugno scorso. La seconda fase della tregua sarà più delicata. Hamas deve liberare il soldato israeliano Gilad Shalit rapito due anni fa. Ma lo scambio è ancora tutto da organizzare. Come dimostra il fatto che ieri gli israeliani non hanno fatto tacere le armi. Sei palestinesi sono rimasti uccisi e l’obiettivo più importante si trovava a bordo di un fuoristrada centrato dall’aviazione nella striscia. Si tratta di Muataz Durmush, il numero due dell’Esercito dell’Islam, fazione oltranzista legata ad Al Qaida. Il suo fratellastro Mumtaz è considerato il comandante del gruppo terrorista, coinvolto nel rapimento di Shalit. Dopo la consegna dell’ostaggio gli israeliani riapriranno il valico di Rafah fra la striscia e la penisola del Sinai. Il valico è controllato da agenti europei sotto comando italiano. Per bloccare il traffico di armi dovrà impegnarsi l’Egitto che ha negoziato la tregua. «L'importante sono i fatti» ha commentato Mark Regev, portavoce del governo israeliano che preferisce parlare di «cessate il fuoco».
La notizia della tregua coincide con il «disgelo» fra Siria ed Israele. Il 13 luglio a Parigi, in occasione di un summit fra i paesi del Mediterraneo, il presidente siriano Bashar al Assad siederà allo stesso tavolo del capo di stato israeliano Shimon Peres. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner. Dopo otto anni di gelo i contatti fra siriani ed israeliani sono ripresi grazie alla Turchia. Il premier israeliano, Ehud Olmert sarebbe pronto ad incontrare il leader siriano.
"Molto bene" verrebbe da dire, ma in realtà questa tregua non ha mai convinto nessuno. Ogni volta che in passato si è aperto uno spiraglio di pace tra israeliani e palestinesi non si è mai riusciti ad andare fino in fondo. Questa volta sarà la volta buona?
Cerchiamo di vederci chiaro e di tenere la situazione sotto osservazione. Pochi giorni dopo l'inizio della tregua Hamas comincia ad alzare la voce. Vediamo un po' i motivi in questo articolo tratto dal sito de "L'Unità" (ho sottolineato le parti secondo me più importanti) datato 20 giugno 2008.
Striscia di Gaza, l'accusa di Hamas: Israele non rispetta la tregua
Hamas denuncia la prima violazione degli accordi che hanno portato al cessate il fuoco: soldati israeliani avrebbero sparato alcuni colpi nelle vicinanze del confine con la Striscia di Gaza. L'episodio «riflette le cattive intenzioni degli occupanti», afferma il portavoce Sami Abu Zhari: «Hamas considera gli occupanti già da ora responsabili per qualsiasi rottura della calma». La tregua in vigore da giovedì mattina tra Hamas e Israele per il resto regge. Anche se lo scetticismo è tutt'altro che superato, soprattutto nello Stato ebraico. Un sondaggio pubblicato dallo "Yedioth Ahroniot" indica che il 56% della popolazione è favorevole al cessate il fuoco, ma che il 79% degli israeliani dubita verrà rispettato dai miliziani palestinesi.
A tenere alta le tensione è stata una frase pronunciata da Ismail Haniyeh. Il leader di Hamas ha spiegato, come riferisce l'edizione ondine dello Yedioth, che fermare il contrabbando di armi verso Gaza va «oltre le capacità del Governo: su questo non possiamo prendere impegni».
Parole immediatamente criticate dal portavoce di Olmert: l'accordo lo impone, ha replicato Mark Regev, «e chi sostiene il contrario sembra voler distruggere la calma prima che questa abbia la capacità di produrre davvero risultati».
Due israeliani sono stati feriti in Cisgiordania - uno in modo serio - da colpi di arma da fuoco. Lo hanno riferito fonti dei servizi di soccorso israeliani. I due uomini sono stati colpiti da proiettili provenienti da una vettura nei pressi della colonia ebraica di Neveh Tzuf, a ovest di Ramallah, nel nord della Cisgiordania, ha indicato il Magen David Adom, equivalente israeliano della Croce Rossa.
L'esercito israeliano ha isolato il settore e ha allestito dei posti di blocco per fermare i presunti autori dell'attacco, ha riferito una fonte militare.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=76478
Francamente degli spari nelle vicinanze del confine (senza alcuna conseguenza per nessuno) non mi sembrano un buon motivo per considerare Israele già responsabile di qualsiasi rottura degli accordi ed avere il pretesto per interrompere la tregua sul nascere. Soprattutto perché ad averne bisogno sono anche gli stessi civili palestinesi!
Il 24 giugno in Cisgiordania vengono uccisi due militanti della Jihad islamica, tra cui un super-ricercato, come riportato in questo flash di agenzia.
Cisgiordania: uccisi due miliziani palestinesi
Due miliziani palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Nablus, in Cisgiordania. Ne parlano le fonti ospedaliere e di sicurezza palestinesi. Un portavoce dell'esercito israeliano ha confermato la morte dei due uomini, affermando che uno di loro è Tarek Jumea Abu Ali, 24 anni, un responsabile del movimento radicale della Jihad Islamica e ricercato per ripetuti attentati contro Israele. Sempre secondo la stessa fonte, i due palestinesi sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco con un'unità israeliana incaricata di catturare Abu Ali.
Il giorno stesso, il 24 giugno, ecco che ricominciano a partire razzi da Gaza in direzione Sderot, in risposta all'uccisione dei due miliziani. Ecco l'articolo a riguardo, in cui, tra le altre cose, viene precisato un dettaglio molto importante. Ho sottolineato i passaggi chiave.
Razzi su Sderot, tregua a Gaza in bilico

Entrata in vigore giovedì, la tregua a Gaza fra Israele e Hamas (mediata dall' Egitto) è già in bilico. Israele considera "grave" l'attacco sferrato oggi dalla Jihad islamica che, ignorando le intese per una tregua a Gaza, ha sparato almeno tre razzi contro la città israeliana di Sderot. Lo ha affermato il premier Ehud Olmert, citato dalla radio militare."Israele sta ora considerando il da farsi" ha aggiunto Olmert, che in mattinata in Egitto aveva discusso con il presidente Hosni Mubarak il rafforzamento della tregua a Gaza. In un comunicato emesso in reazione all'attacco contro Sderot Olmert aggiunge che "si tratta di una violazione flagrante ed inequivocabile delle intese sulla tregua" per Gaza. Olmert ricorda poi di aver già avvertito che la tregua rischia di essere fragile ed instabile. Adesso, aggiunge, occorre tornare a valutare la situazione.
In base alle intese messe a punto dall'Egitto, la tregua riguarda per il momento solo Gaza. Solo fra sei mesi, in caso di successo, sarà estesa alla Cisgiordania. Eppure un portavoce della Jihad islamica ha replicato che la sua organizzazione aveva pieno diritto di indirizzare i suoi razzi verso Israele. "Finora la nostra è stata una reazione contenuta" ha aggiunto. "Se le aggressioni israeliane proseguiranno, anche le nostre reazioni saranno più energiche". Parole che hanno suscitato fastidio nel ministero degli interni di Gaza, fedele a Hamas. Ihab al-Hussein, il suo portavoce, ha confermato che Hamas resta interessato alla tregua e, pur condannando senza mezzi termini l'uccisione dei miliziani della Jihad islamica, ha ribadito che quella organizzazione dovrà dar prova di autocontrollo. Ma Hamas, gli è stato chiesto, ricorrerà a mezzi coercitivi per assicurare che la tregua non sia infranta di nuovo? "Per il momento - ha risposto - è previsto solo un incontro di chiarimento".
Come si legge dall'articolo qui sopra, "la tregua riguarda per il momento solo Gaza" e "solo fra sei mesi, in caso di successo, sarà estesa alla Cisgiordania". Dunque, se la Cisgiordania non è ancora inclusa nella tregua dovrebbe l'esercito israeliano rinunciare alla caccia delle persone che ricerca da tempo? Dunque, a mio avviso, un pretesto per interrompere la tregua e nulla più.
La risposta israeliana non si è fatta attendere. I valichi palestinesi, che sarebbero dovuti essere aperti il giorno dopo, sono rimasti chiusi. In barba ai bisogni della popolazione palestinese che come al solito è la prima a subìre le conseguenze delle azioni terroristiche delle organizzazioni della Striscia di Gaza che li dovrebbero, almeno in teoria, rappresentare.
Israele chiude valico con la Striscia di Gaza Israele non aprira' oggi il suo passaggio di frontiera con la striscia di Gaza, lo hareso noto un responsabile della difesa. "Manterremo chiusi fino a nuovo ordine i valichi di Karni, Souffa et Nahal Oz, in seguito al lancio di razzi di ieri che hanno costituito una violazione alla tregua", ha affermato un portavoce militare La decisione sarebbe una risposta alla rottura della tregua determinata dal lancio di razzi dalla striscia verso la citta' israeliana di Sderot di ieri.
Il passaggio di frontiera avrebbe dovuto essere aperto oggi alle 8:00 per permettere soprattutto il passaggio di merci e generi alimentari verso Gaza.
Ieri i militanti del gruppo della Jihad islamica a Gaza hanno lanciato tre razzi contro il territorio israeliano, colpendo una casa e ferendo due persone. La tregua con Israele e' entrata in vigore il 19 giugno.
Oggi sono 2 anni dal rapimento a Gaza del caporale israeliano Gillad Shalit.
Accordo tra Olmert e Barak, no alle elezioni anticipate Il partito laburista israeliano ha rinunciato a votare in favore dello scioglimento della Knesset, voto che avrebbe provocato la caduta del governo di Ehud Olmert.
La decisione e' stata presa in seguito ad un accordo raggiunto all'ultimo momento tra Kadima, il partito centrista del premier, e quello laburista del ministro della Difesa Ehud Barak.
In base all'accordo, Olmert accetta la prospettiva di primarie in seno al suo partito, come chiesto da Barak, entro il 25 settembre. In cambio i laburisti non stringeranno alleanze con la destra per far cadere il governo.
Ehud Olmert, la cui popolarita' e' in caduta libera, e' sotto la scure di un'inchiesta per un affare di corruzione. Barak gli aveva chiesto di lasciare la guida dell'esecutivo e aveva minacciato di far cadere il governo se non avesse accettato la tenuta di primarie. La data di queste ultime sara' decisa il 10 luglio dal consiglio direttivo di Kadima.
Fonte: http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=83143
Dal sito di Peace Reporter si apprende poi che anche le Brigate Martiri di Al-Aqsa, braccio armato di Fatah, il partito di Abu Mazen, avrebbero rivendicato il lancio di razzi.
Rivendicato il lancio di missili contro Sderot e Askhelon
Le brigate dei Martiri di al-Aqsa, braccio armato di al-Fatah, e i gruppi 'Imam Mughniyeh' hanno rivendicato il lancio di razzi partiti dalla striscia di Gaza contro le città di Sderot e Askhelon, che ha messo in serio pericolo la durata della tregua siglata la scorsa settimana con la mediazione egiziana. "Con i nostri missili vogliamo lanciare due messaggi: le violazioni israeliane e i loro raid contro i nostri territori non resteranno impuniti; chiediamo l'ampliamento della tregua che riguarda Gaza anche alla Cisgiordania". Queste le parole del portavoce del gruppo, Abu Qusey, diffuse dalla tv del Qatar al-Jazeera.
Questa notizia la ho trovata solo sul sito di Peace Reporter, non su altri siti più specializzati come, per esempio, il sito dell'ANSA, dunque non ho avuto conferme a riguardo. Certo è che se veramente le Brigate Al-Aqsa hanno lanciato i razzi per chiedere "l'ampliamento della tregua che riguarda Gaza anche alla Cisgiordania" forse non hanno capito che, in questo modo, l'ampliamento che loro chiedono è più improbabile di prima!
Comunque dopo qualche giorno in cui Israele ha preso tempo, finalmente il valico di Sufa viene aperto. Leggiamo un articolo riguardante ciò, tratto dal sito "OsservatorioIraq.it". Badate bene anche alla parte sottolineata nel finale.
Gaza, Israele riapre il valico di Sufa
Osservatorio Iraq, 30 giugno 2008
Dopo il blocco instaurato nei giorni scorsi a causa dei nuovi attacchi palestinesi contro il sud del Paese, Israele ha deciso di riaprire l’attraversamento di Sufa, punto chiave delle rotte commerciali dirette alla striscia di Gaza.
Secondo fonti militari dello Stato ebraico, già nella giornata di ieri una settantina di automezzi sono entrati nell’enclave palestinese.
Mercoledì - in seguito a una serie di lanci di razzi da parte di miliziani palestinesi - il governo di Tel Aviv aveva decretato la chiusura degli attraversamenti di Sufa e Karni, aperti in precedenza in base all’accordo di cessate-il-fuoco raggiunto il 19 giugno con Hamas e mediato dall’Egitto.
Il terminal di carburante di Nahal Oz era stato riaperto venerdì mentre non è mai stato chiuso l’attraversamento pedonale di Erez, riservato al personale diplomatico, ai giornalisti e ai palestinesi che necessitano di cure mediche in Israele o all’estero.
Domani riapre Rafah
Domani sarà riaperto invece per tre giorni il valico di Rafah, che collega Gaza all’Egitto.
Secondo quanto riferito oggi da un responsabile palestinese nella Striscia, il governo del Cairo e i responsabili di Hamas hanno raggiunto un’intesa in base alla quale dal valico potranno passare studenti e persone bisognose di cure.
Nello stesso tempo, a Gaza potranno rientrare centinaia di palestinesi bloccati da mesi nel Sinai egiziano in seguito all’abbattimento della barriera che divide la Striscia dall’Egitto.
Hamas “collabora” Oggi i servizi di sicurezza di Hamas hanno rilasciato Abu Qusai, un esponente delle Brigate dei martiri di al-Aqsa che aveva rivendicato la paternità del lancio di colpi di mortaio sul territorio israeliano, con cui era stato violato l’accordo di tregua assunto dal Movimento islamico.
Secondo fonti locali, i servizi di Hamas hanno arrestato, interrogato e successivamente rilasciato anche tre miliziani della Jihad islamica, sospettati di aver lanciato razzi verso Israele dopo l'inizio della tregua.
Fonte: http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6102
Insomma: Hamas "collabora" eccòme!
Nemmeno dopo un giorno ecco che la buona fede israeliana viene tradita: dopo la riapertura del valico altri razzi vengono lanciati dalla Striscia di Gaza. Ecco il flash come riportato sul sito del Corriere.
Medio Oriente: lanciato razzo da Striscia su Israele
30 giu 23:27 GERUSALEMME - A rischio la tregua tra Hamas e lo Stato ebraico. Ieri sera un razzo e' stato esploso dalla Striscia di Gaza verso un kibbutz: lo ha sfiorato e non ha provocato ne' vittime ne' danni. Finora non vi sono state rivendicazioni. La tregua tra Hamas e Israele e' entrata in vigore il 19 giugno, grazie alla mediazione dell'Egitto. (Agr)
Insomma, direi che la spirale di violenza è di nuovo iniziata. Si apprende, per esempio, che un razzo rudimentale, simile ad un Qassam palestinese, sia stato lanciato da un insediamento ebraico verso un villaggio palestinese.
Razzi su villaggio palestinese
Sparati da coloni, nessuna vittima. Israele non conferma
(ANSA) - RAMALLAH, 1 LUG - Due razzi rudimentali sono stati sparati dall'insediamento ebraico di Har Bracha' verso il vicino villaggio palestinese di Burin. Il villaggio colpito si trova a pochi chilometri da Nablus (Cisgiordania). Non si segnalano vittime. Lo hanno detto fonti dei servizi di sicurezza palestinesi. Da parte israeliana non c'e' conferma. Alcune settimane fa dei coloni di quell'insediamento avevano mostrato alla stampa l'immagine di un razzo rudimentale che affermavano di aver prodotto.
E' notizia dell'1 luglio 2008 che l'Egitto, nonostante la tregua sia oramai in bilico, ha riaperto il valico di Rafah al transito dei palestinesi. Ecco i dettagli nel servizio di Sky TG24.
Vi ricordate queste immagini? Il ragazzino ucciso tra le braccia del padre durante un violento scontro a fuoco tra israeliani e palestinesi all'inizio della seconda Intifada? Quelle immagini fecero il giro del mondo provocando viva indignazione.
Ad essere subito accusati per la morte del bambino furono i soldati israeliani: tuttavia dopo ben 8 anni sembra che la verità sia finalmente venuta a galla: in realtà non sono stati i soldati dell'IDF bensì i palestinesi stessi, durante lo scontro a fuoco. Ecco una rassegna di articoli a riguardo: i primi, più vecchi, risalgono a quando ancora la verità non era così sicura e l'ultimo che invece parla della sentenza definitiva.
M.O., mito bimbo-martire era falso
Dopo 7 anni: filmato costruito ad hoc
Sette anni dopo la diffusione delle immagini della sua fucilazione col padre sotto una pioggia di proiettili, il mito del bambino palestinese martire crolla. E si scopre che il filmato, mandato in onda su France 2, di Mohammed Al-Dura, fu costruito ad hoc per incolpare gli israeliani. La verità emerge da un tribunale francese per il quale l'operazione servì a giustificare l'inizio della 2° Intifada. Il bimbo pare ancora vivo.
Come rivela sul Giornale, la corrispondente Fiamma Nierestein, che all'epoca si occupò della vicenda, i 59 secondi dell'episodio, mandati in onda dalla tv pubblica francese France 2, furono un'operazione di taglia e cuci studiata a tavolino sotto un'abile regia politica.
Ma poiché le bugie hanno le gambe corte, sette anni dopo, in nome della correttezza dell'informazione, un tribunale francese ritorna sul caso e intima all'emittente di consegnare tutto il materiale, il filmato completo. E, dopo questa mossa, Dani Seaman, il direttore del Press Office israeliano, colui che accredita i giornalisti in Terra Santa, esce allo scoperto e dichiara che il video fu un falso.
Così ora France 2, che finora si era sempre rifiutata di farlo, dovrà consegnare alle autorità tutto il filmato (27 minuti complessivi), girato dal cameraman arabo Abu Rahman.
Nel video si assisteva allo scontro a Netzarim, dove da una parte alcune migliaia di palestinesi assaltarono un posto di guardia israeliano e, dall'altra, la risposta dei soldati dello stato ebraico. Nelle immagini si vedevano addossati ad un muro padre e figlio investiti da una vera e propria fucilazione. Il bimbo, che sembrava fosse stato ucciso, divenne proprio grazie al quel filmato, il simbolo del martire innocente.
Il suo nome venne invocato in varie altre circostanze: quando fu assassinato il giornalista Daniel Pearl, in un video in cui Bin Laden reclutava combattenti e nel video-testamento della terrorista suicida Wafa al-Samir.
Ma ora si scopre che gli israeliani non potevano aver colpito il bambino perché erano in posizione laterale, mentre i colpi sono stati sparati frontalmente (quindi forse dagli stessi palestinesi). E poi, in tutto il filmato, non si vede una goccia di sangue.
Ora, dopo sette anni di indagine, la verità sta finalmente venendo a galla.
Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo382067.shtml

Crolla il mito del bimbo martire dell'Intifada
di FIAMMA NIRENSTEIN
Quando il 30 di settembre verso sera giunsero le immagini dal posto di difesa dell’insediamento di Netzarim nella Striscia di Gaza, chiamai il giornale: «France2 ha mandato in onda 59 secondi di immagini in cui si vede un bambino palestinese, che si chiama Mohammed Al-Dura, morire tra le braccia di suo padre. Sono immagini terribili. Come è stato ucciso? In uno scontro a fuoco fra palestinesi e israeliani». E così è scritto nel mio pezzo che apparve sul giornale del giorno dopo. Non era difficile capire allora, nonostante le affrettate, affannate scuse dell’esercito israeliano, che non era affatto evidente a un giornalista che Mohammed Al-Dura fosse stato ucciso, in quei primissimi giorni dell’Intifada, mentre tramontava nel mare del terrorismo suicida il sogno degli accordi di Oslo. Bastava guardare con gli occhi, e non con il caleidoscopio dell’ideologia, per capire che le cose erano quanto meno incerte. Ma soltanto oggi, sette anni dopo, ora che Dani Seaman il direttore del “press office” israeliano a cui tutti i giornalisti si rivolgono per l’accredito, sostiene che quei 59 secondi sono stati fabbricati ad arte. Questa dichiarazione messa per iscritto, segue la decisione di un tribunale francese che ordina a France2, in seguito al ricorso di Philippe Karsenty, presidente di Media Ratings, un gruppo che controlla l’accuratezza dell’informazione, di mostrare tutto il materiale, 27 minuti, girato dal cameraman arabo Abu Rahman il primo di ottobre. Charles Enderlin, il titolare di France2, si era sempre rifiutato di consegnare la pellicola, e in prima istanza il tribunale gli aveva dato ragione. Adesso, la storia aspetta all’angolo. Per quel video, infatti, non si tratta più di cronaca, ma di storia.
Lo scontro di Netzarim vedeva da una parte alcune migliaia di palestinesi che presero d’assalto il posto di guardia israeliano, e la risposta israeliana. Nel video si vede, addossato a un muro che presto sarà crivellato di pallottole, Jamal Al-Dura assieme a suo figlio Mohammed. Jamal cerca inutilmente di coprire il ragazzino col suo corpo. I 59 secondi della tv francese assieme al sonoro di Enderlin indicavano una sorta di autentica fucilazione, protrattasi per lungo tempo, di un bambino innocente. Al-Dura diventò immediatamente il simbolo della seconda Intifada, la ragione vera per cui, poiché indicava e incarnava la crudeltà israeliana, ogni piano di pace era stato rotto. Al-Dura divenne l’icona, il martire per eccellenza, la ragione per cui non si poteva fare nessuna pace con Israele, la piccola figura agonizzante sulle ginocchia del padre divenne manifesto, francobollo, urlo di guerra nelle manifestazioni.
Due settimane dopo, due soldati israeliani entrarono per sbaglio a Ramallah, la folla li catturò, li fece a pezzi dopo averli trascinati in una stazione di polizia, i corpi vennero smembrati e trascinati con urla di vendetta e inni ad Al-Dura. Quando il giornalista Daniel Pearl fu assassinato, i rapitori invocarono il nome di Al-Dura. Anche Bin Laden ha invocato il suo nome in un video di reclutamento. La terrorista suicida Wafa Al-Samir nel giugno del 2005 si diresse all’ospedale infantile israeliano di Beersheva per farsi esplodere dopo aver detto di volere uccidere quanti più bambini possibile per vendicare Al-Dura. In Giordania, Egitto, Tunisia, sono stati stampati francobolli con la sua immagine. L’Autorità Palestinese ha spesso usato il nome di Al-Dura indicandolo come un esempio di martire ai bambini.
Adesso, ciò che sostanzialmente risulta chiaro, se non tutta la dinamica della vicenda, è che l’angolo da cui sono state sparate le pallottole è completamente diverso da quello in cui si trovavano i soldati, che erano in posizione laterale mentre i fori sono frontali; che i frammenti di cui è costruita la pellicola sono sette e che l’ultimo segmento mostra due dita che indicano un «take two», una seconda ripresa della morte del bambino, a cui molti non credono più. Sono diversi infatti a ritenere non solo che Al-Dura non sia stato ucciso dagli israeliani, ma che non sia affatto morto. Anche i vari cambiamenti di posizione della supposta vittima sono ormai causa di attenzione particolare. Un altro elemento sottolineato dagli osservatori, è che non si vede in tutto il film una sola goccia di sangue, anche se il padre ha parlato di numerose ferite subite anche da lui stesso. Shlomi Pereg, uno dei soldati che era sul posto, semplicemente sorride all’idea che uno dei suoi compagni abbia potuto sparare volontariamente su un bambino prendendolo di mira per tanti minuti: «Ci venivano addosso a centinaia con pietre e bottiglie molotov. Da dietro, qualcuno sparava. Se qualcuno fosse così pazzo da volere uccidere un ragazzino, ce n’erano a bizzeffe davanti a noi, cercavamo appunto di respingerli senza colpirli. Io personalmente non ho visto il padre e il figlio nascosti dietro il muro, certo erano in una posizione molto più esposta al loro fuoco che al nostro». Forse solo la pellicola che Enderlin dovrà mostrare dirà la verità. Sapremo innanzitutto se Mohammed è morto o se, come dice Nahum Shahaf (uno scrittore che ha ricostruito il caso, così come tanti altri giornalisti, storici, politici), lavora al mercato di Gaza, o semplicemente chi l’ha ucciso in quello scontro a fuoco.
Quello che sappiamo di certo e che distrugge l’onore stesso del giornalismo, è la consueta corsa alla condanna di Israele che abbiamo già visto. Come a Jenin, quando molti si affrettarono a scrivere che Israele aveva ucciso migliaia di persone, mentre si trattava di circa cinquanta palestinesi contro trenta soldati israeliani, uccisi in coraggiosi corpo a corpo casa per casa, oppure in Libano a Kfar Khan-a, dove i blogger hanno scoperto che la messa in scena di una strage mai compiuta era stata immediatamente presa per buona. Basta che il colpevole sia Israele.
Reveal the truth of al-Dura affair
By NATAN SHARANSKY*
Last month, a French court heard an appeals case whose forthcoming verdict will have far-reaching ramifications for all who value truth and accuracy in Middle East news reporting. The case involves Philippe Karsenty, a French journalist and media commentator, who was found guilty of defamation after he called for the firing of two France 2 Television journalists responsible for the September 30, 2000, news report on the alleged killing of a 12-year-old Palestinian boy, Muhammad al-Dura, by the IDF.
It has been seven years since France 2 Television broadcast the excruciating footage of Muhammad and his father, Jamal, crouching in terror behind a barrel at Gaza's Netzarim junction while, according to the report, under relentless fire from IDF soldiers. The 59-second clip, which ends with the boy apparently shot dead, was presented around the world as an unambiguous case of Israeli savagery.
The tape fanned the flames of what became known as the second intifada. The boy Muhammad was the iconic martyr, his name and face gracing streets, parks and postage stamps across the Arab world. His memory was invoked by Osama bin Laden in a jihadist screed against America, and in the ghastly video of the beheading of American Jewish journalist Daniel Pearl.
Shortly following the al-Dura incident, however, a series of inquiries cast grave doubt on the accuracy of the original France 2 report. The official IDF investigation concluded that, based on the position of IDF forces vis-à-vis al-Duras, it was highly improbable, if not impossible, that an Israeli bullet hit the boy. Research by The Atlantic Monthly, The New Republic and Commentary magazine concurred. Then a German documentary revealed inconsistencies and probable manipulations in the account of France 2's lone journalist on the scene that day, Palestinian cameraman Talal Abu Rahmeh.
And yet France 2 refused to release Abu Rahmeh's full 27 minutes of raw footage. It did, however, agree to let three prominent French journalists view the footage. All three concluded that it comprised blatantly staged scenes of Palestinians being shot by Israeli forces, and that France 2's Jerusalem Bureau Chief Charles Enderlin had lied to conceal that fact.
Subsequently, alleging gross malfeasance, Karsenty called for the firings of Enderlin and France 2 News Director Arlette Chabot. But France 2 stood defiant, suing Karsenty for defamation.
The defamation trial passed almost unnoticed in Israel, to the apparent detriment of Karsenty's case. In his ruling in favor of France 2, Judge Joël Boyer five times cited the absence of any official Israeli support for Karsenty's claims as indication of their speciousness.
Israel's decision to stay on the sidelines was unfortunate because the truth always matters. The al-Dura incident wasn't the only media report to inflame passions against Israel in recent years, but it was the one with the highest profile. Moreover, if, as Karsenty and others have claimed persuasively, the al-Dura incident is part of the insidious trend in which Western media outlets allow themselves to be manipulated by dishonest and politically motivated sources (recall the Jenin "massacre" that never was, or the doctored Reuters photos from Israel's war against Hizbullah in 2006), then France 2 must be held accountable.
It is important to note that the al-Dura news report profoundly influenced Western public opinion. When I served as minister of Diaspora affairs from 2003 to 2005, I traveled frequently to North American college campuses. I heard first hand how Muhammad al-Dura had shaped the perceptions of young people just beginning to follow events in the Middle East. For many Jewish students, the incident was a stain of dishonor that called into question their support for Israel. For anti-Israel students, the story reaffirmed their sense of Zionism's innately "racist" nature and became a tool for recruiting campus peers to the cause.
To its credit, Israel has come to recognize that it must play an active role in uncovering the truth. The IDF recently sent a letter to France 2 demanding the release of Abu Rahmeh's 27 minutes of raw footage, asserting the implausibility of IDF guilt for the death of Muhammad al-Dura, and raising the possibility that the entire affair may have been staged.
Tragically, there is no way to repair the damage inflicted on Israel's international image by the France 2 report, much less restore the Israeli and Jewish victims whose lives were exacted as vengeance. It is possible, however, to deter slanderous news reporting - and the violence that often accompanies it - by setting a precedent for media accountability via the handover of Abu Rahmeh's full 27 minutes of raw footage. Encouragingly, the judge presiding over Karsenty's appeal has now requested the tapes. France 2 must make a full public disclosure. If there is nothing to hide, why should it refuse?
* Natan Sharansky is chairman of the Adelson Institute for Strategic Studies at the Shalem Center in Jerusalem. This article was first published in The Wall Street Journal.
Smascherato dopo 8 anni il caso Al Dura
di ANITA FRIEDMAN e ANDREA HOLZER
Dopo otto anni e migliaia di inutili morti, arriva il verdetto : Mohammed Al Dura, il bimbo icona della seconda intifada, non è stato ucciso dal fuoco dell’esercito israeliano. Noi lo sapevamo già, ma le implicazioni di questa vicenda sono d’una gravità senza precedenti.
Andiamo con ordine. Il 30 settembre del 2000, poco dopo la famosa passeggiata del primo ministro israeliano Arik Sharon a cui erroneamente si imputa lo scoppio della seconda intifada, Mohammed Al Dura - un bimbo di dodici anni - fu ucciso a Gaza (Netzarim conjuction) a causa di un fuoco incrociato di israeliani e palestinesi. Israele si dichiarò subito colpevole, per poi fare marcia indietro perché un esame balistico aveva dimostrato che la pallottola non poteva essere stata sparata dalle postazioni dell’IDF. I giochi, però, al quel punto erano fatti e il danno arrecato ad Israele (ma anche agli stessi palestinesi), incalcolabile.
Il video della (supposta)uccisione del bimbo (oggi si dubita perfino della sua effettiva morte) girato dal cameraman palestinese Talal Abu Rhama – addirittura premiato per il suo lavoro – con il commento del corrispondente dei territori occupati di France 2 Charles Enderlin, fece il giro del mondo in pochi attimi.
Il sentimento dei palestinesi prese il sopravvento sulla razionalità: ne scaturì uno spargimento di sangue senza precedenti. Lo Stato d’Israele venne demonizzato, paragonato ad un regime nazista, accusato di avere deliberatamente colpito un innocente. Da quel momento s’intensificarono i ben noti atti terroristici contro Israele e certi (sedicenti) intellettuali nostrani approfittarono della morte di Al Dura (!) per accusare lo Stato Ebraico di tutti i mali del mondo. Lo stesso Bin Laden sfruttò l’episodio dichiarando in suo discorso: “uccidendo questo bimbo gli israeliani hanno ucciso tutti i bambini del mondo”. Come se non bastasse, quando il giornalista americano Daniel Pearl venne decapitato, i suoi carnefici dichiararono di aver vendicato la morte del “bimbo ucciso dagli israeliani”.
Per fortuna, alcuni giornalisti (troppo pochi a dire il vero) misero in dubbio la veridicità dei fatti (e l’autenticità dello stesso video). France 2, però, non tornò sui suoi passi e anzi rincarò la dose rifiutandosi perfino di mettere a disposizione i 27 minuti di video che avrebbero potuto far luce sulla vicenda.
Si sa, però, che l’eccezione conferma sempre la regola. L’eccezione in questo caso si chiama Philippe Karsenty, giovane giornalista francese che “non ci sta” ed è convinto che il video girato da Abu Rhama sia uno dei tanti falsi prodotti dagli estremisti anti-israeliani allo scopo di diffamare l’IDF. Karsenty scrive un articolo nel 2004 in cui espone il suo “j’accuse”, arrivando a chiedere le dimissioni di Charles Enderlin, colpevole di non aver esaminato il contenuto del video prima di mandarlo in onda. Enderlin, tra le altre cose, al momento dei fatti non si trovava nemmeno a Gaza ma a Ramallah.
Karsenty, però, sta lottando da solo contro Golia e, invece di essere ascoltato, è accusato di diffamazione nei confronti di un collega. Infatti il primo processo è stato vinto il 19 ottobre del 2006 da France 2, l’emittente francese per la quale lavorano sia Abu Rhama sia Charles Enderlin.
Il nostro Davide, però, è scagionato dall’accusa di diffamazione anche se gli si chiede di risarcire simbolicamente (con un euro) France 2. C’è chi sostiene che sia stato l’esecutivo Chirac a fare pressioni politiche in tal senso, infatti lo stesso Prèsident francese, si scomodò a scrivere una missiva di suo pugno nella quale s’attestava l’integrità morale di Enderlin. Chirac e France 2, però, non avevano fatto i conti con la tenacia di Karsenty che decise di ricorrere in appello.
Passa un altro anno. France 2 si decide finalmente a fornire alla corte 18 minuti del girato su 27. La scusa ufficiale per la mancanza dei minuti restanti è che non si trovano più, che non ci sono mai stati, che - bontà sua - Enderlin non ha voluto mandare in onda l’agonia del bimbo morente(non esiste un’immagine della morte stessa , il girato mostra il prima e il dopo).
Ora, come in tutti drammi che si rispettino, il colpo di scena: Il girato fornito alla corte dimostra che Al Dura, dopo essere morto, alza un braccio e apre gli occhi. Arriviamo ai giorni nostri: il mercoledì 21 maggio 2008 la Corte francese ha deciso che Karsenty non può essere accusato di diffamazione, l’esercito israeliano non ha mai sparato e – molto probabilmente – il fatto non sussiste, ergo: il bimbo (non possiamo nemmeno chiamarlo più per nome, non conoscendone l’identità) non è mai morto. In realtà, questo, la Corte non l’ha detto e - allo stato attuale delle cose - non si può sapere, visto che tutte le motivazioni non sono ancora state rese pubbliche.
France 2, ovviamente, nega una sua complicità con Enderlin e Abu Rhama ma, sotto la superficie delle cose, rimane colpevole di essersi tenuta per anni dentro gli archivi il video “insanguinato”, rifiutandosi di farlo visionare. In pratica ha retto le accuse che venivano rivolte al “ piccolo satana” Israele, per uno scoop.
In un goffo tentativo di dimostrare la veridicità della propria tesi, France 2 aveva anche invitato Denis Jeambar (L’Express) e il regista Daniel Leconte a visionare il luogo “del crimine”. Dopo il sopralluogo I due hanno dichiarato che i soldati israeliani non potevano aver colpito il bambino, secondo loro, infatti: “se le pallottole fossero state israeliane dovevano essere molto strane, avrebbero dovuto girare l’angolo” . Inoltre, i primi venti minuti del filmato consistevano in giochi di guerra dei bambini palestinesi che facevano finta di spararsi e morire.
Tanto per dare un’idea di quello che il fenomeno Al Dura ha significato per i detrattori di Israele, considerate che in giro per il mondo arabo ci sono 150 scuole che portano il suo nome (e che ora, per sfortuna loro dovranno inventarsi un modello vero a cui ispirarsi). Il fantomatico Muhammad Jamal al-Durrah (1988-2000) è stato dichiarato un martire e per tutti questi anni, intere generazioni di arabi si sono formati in scuole che predicavano la sua causa contro Israele e contro gli ebrei.
Ci sono poi centinaia di siti internet, francobolli che portano il suo nome in Egitto, in Giordania etc., ci sono strade dedicate ad Al Dura a Hebron, Baghdad e in Marocco. Quasi come se non si aspettasse altro che questa messa in scena per puntare il dito contro Israele e le sue (presunte) malefatte. Un po’ come quando nel seicento si accusavano le vedove benestanti di stregoneria, adducendo motivi insulsi, e poi gli si confiscavano le proprietà. Un po’ come una profezia che si auto-adempie: “Israele è uno Stato guerrafondaio”, e quindi è chiaro che Al Dura è morto per mano degli israeliani. La voce si sparge e l’odio si semina, causando danni oramai irreparabili.
Secondo il Colonnello (donna) Anat Berko (che ha passato 25 anni nell’IDF) infatti: “il verdetto non cambierà nulla, non perché la notizia non sia di fondamentale importanza ma perché i media stranieri nei territori occupati hanno una loro agenda che è la demonizzazione di Israele e questo non ci rientra. Anche in Israele la notizia è stata poco seguita, forse sanno che non farà clamore”.
Poi, con la voce sconsolata, la Berko aggiunge anche: “I media dovrebbero fare una riflessione sul loro operato, ne dovrebbero rispondere. Questo potrebbe cambiare il modo di fare giornalismo . Già quattro anni fa nel mio libro dissi che l’immagine è più forte del fatto stesso. La storia [di Al Dura, ndr] era una grande bugia, un blood libel, ma questo non importa a nessuno. Non fa notizia. E’ terribile che l’essere politicamente corretto sia più importante della divulgazione dei fatti”.
Rimane da citare la dichiarazione di Karsenty dopo il verdetto: “E’ arrivato il momento che France 2 ammetta di avere creato e fomentato uno dei più forti sentimenti antisemiti della nostra epoca. Il governo francese e il presidente Nicolas Sarkozy, in qualità di amministratore delle televisione di stato francese, avranno la responsabilità di rivelare finalmente tutta la verità”.
Questa verità, c’è da chiedersi, verrà urlata al mondo con lo stesso impeto con cui si è pianto l’omicidio del promettente attore Muhammad Jamal al-Durrah?
Fonte: http://www.loccidentale.it/autore/andrea+holzer/smascherato+dopo+8+anni+il+caso-al+dura.0051957
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